una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

20 aprile 2014

Pasqua 2014: gli auguri con le meditazioni della Via Crucis a Caravaggio

Vi offro come augurio pasquale i testi delle meditazioni tenute alla Via Crucis a Caravaggio, la sera del venerdì santo.
Buona Pasqua!
don Francesco


Via Crucis 2014 – Caravaggio - Introduzione

Ci ha detto due giorni fa il Papa:
“...La Passione di Cristo [è] un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita… Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18)... Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo. Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». [...] Noi attendiamo che Dio nella sua onnipotenza sconfigga l’ingiustizia, il male, il peccato e la sofferenza con una vittoria divina trionfante. Dio ci mostra invece una vittoria umile che umanamente sembra un fallimento. Possiamo dire che Dio vince nel fallimento! Il Figlio di Dio, infatti, appare sulla croce come uomo sconfitto: patisce, è tradito, è vilipeso e infine muore. Ma Gesù permette che il male si accanisca su di Lui e lo prende su di sé per vincerlo. La sua passione non è un incidente; la sua morte –quella morte – era “scritta”. Davvero non troviamo tante spiegazioni. Si tratta di un mistero sconcertante, il mistero della grande umiltà di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16)... diciamo a noi stessi: questo è per me. Anche se io fossi stato l’unica persona al mondo, Lui l’avrebbe fatto. L’ha fatto per me. Baciamo il crocifisso e diciamo: per me, grazie Gesù, per me.” (Udienza Generale 16 aprile 2014)
Davvero non troviamo tante spiegazioni. Siamo forse capaci di accettare - con mille riserve - una comprensione moralistica dell’umiltà e del fallimento. Ma tutto il nostro fare è teso al successo, che diventa l’atteggiamento mentale, il vero criterio di giudizio in base al quale agiamo. L’umiliazione, il fallimento, non sappiamo da soli renderli criterio di comprensione della realtà, squarcio attraverso cui intuire una possibilità reale di gioia.
Eppure, come ci dice il Papa, “questo è per me. L’ha fatto per me”.
Iniziamo a implorare di accogliere in noi Cristo umile, di desiderare per noi questa forma di vita, la Sua, con il gesto semplice e concreto del cammino dietro di lui.
Come ci ricorda don Giussani: “La vita di ognuno ha un destino di Via Crucis: Cristo. LaVia Cruscis di ognuno è segnata da un giudizio, da un giudizio che non gli è favorevole… il Redentore ha una faccia… che a noi non garba, perché è diverso da ciò che ci aspettiamo. E questa diversità, che dovrebbe farci piegare il cuore di fronte al Mistero, diventa la ragione di affermazione di noi stessi di fronte a Dio. [...] È da un giudizio che comincia la Via Crucis, il giudizio che ha come contenuto ciò per cui vale la pena vivere” (Sulle tracce di Cristo, 153-154).
II stazione (cf. Lc 22,47-53)

“Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. I discepoli reagiscono a quelli che sono venuti contro Cristo “con spade e bastoni” tirando fuori anch’essi la spada, agendo, cioè, esattamente allo stesso modo di loro, capitanati da Giuda.
“Questa - dice Gesù - è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”.
È il momento in cui davvero sembra che la presenza di Cristo non conti nulla, non sia capace di smuovere nulla in quelli che sono da tempo con lui. Che non sanno resistere al sonno, che non sanno pensare se non con la mentalità di tutti, del mondo, del potere. Che non sanno agire se non con gli strumenti della violenza e della contrapposizione che tende ad annullare, a distruggere l’altro.
Ma non è ancora tutto. C’è un aspetto del buio che è ancora più tremendo. Ed è la domanda dei discepoli: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. Nemmeno hanno il coraggio di prendere loro una posizione. O, meglio, si nascondono dietro il pretesto dell’ineluttabilità del male (“È necessario: cos’altro potremmo fare che difenderci?”) e pretendono che Cristo stesso avalli la loro scelta.
Quanto spesso noi stessi spendiamo le nostre migliori energie per giustificare un agire secondo la mentalità del mondo, e perfino per convincere noi e gli altri che non solo non potremmo fare altrimenti, ma addirittura che ci sentiamo “autorizzati” da Cristo a fare così.
Come ci dice don Giussani: “Per noi la radice del rinnegamento… è soprattutto nell’adesione alla mentalità comune. La mentalità comune sembra una ragione insormontabile, sembra evidente nella sua validità. Così Cristo deve passare attraverso la situazione che in noi è generata dalla mentalità comune a cui aderiamo” (Sulle tracce di Cristo, 154).
«Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì»
La risposta di Cristo è una cura infinita per tutti, che giunge a fare del bene per chi lo vuole arrestare, e insieme a porre rimedio e fine persino al male fatto dai suoi discepoli. E contrappone alla logica delle tenebre la rivendicazione del suo agire alla luce, del suo stare apertamente davanti a tutti, come criterio di giudizio sulle azioni sue e nostre.






III stazione (cf. Lc 22,66-23,25)

«Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita… e abbandonò Gesù alla loro volontà». Meglio potremmo dire che lo “consegnò”, proprio come aveva fatto Giuda, e poi il Sinedrio quando aveva consegnato Cristo a Pilato.
Non è una parola qualunque, quella che usa Luca: la stessa parola (paràdosis, paradìdomi), in greco, indica sia la “consegna”, sia il “tradimento”, sia la “tradizione”. E Gesù, dice Giovanni, “consegna” il suo spirito nel momento della sua morte, quando “tutto è compiuto”.
Per questo, saremmo in grave errore se pensassimo che Cristo è semplicemente l’oggetto passivo di queste “consegne”. Egli si lascia consegnare perché Egli stesso si consegna. E si consegna nelle nostre mani. Alla nostra libertà. A ciascuno di noi spetta decidere cosa fare di questa consegna, e non solo per sé, nel decidere di vivere o meno un rapporto di fede con Cristo, ma anche in relazione agli altri.
Possiamo “tradire” Cristo, trattandolo come un impiccio di cui liberarci, oppure tenendolo ben stretto e incatenato all’idea che ci siamo fatti di lui, così da mostrarne agli altri una tragica caricatura da noi scarabocchiata.
Oppure possiamo divenire anche noi parte della “tradizione” di Cristo: di quella consegna, cioè, che nasce sempre e comunque dall’umiltà e dallo stupore, dall’accoglienza del Suo Spirito che - una volta effuso - si manifesta nei Carismi che nutrono la vita della Chiesa. E, per noi, in particolare di un Carisma, quello di don Giussani, che ci diceva nel 1989: “Siamo proprio fatti di niente, e perciò Lui ci deve dare tutto. Ci deve dare tutto: purché rimaniamo nelle sue braccia, purché riceviamo… siamo disponibili. [...] Dobbiamo rimanere. E c’è un sintomo di questo rimanere che… è il permanere, il rimanere, l’accettare, l’accoglier, l’essere disponibile a quella realtà in cui Egli, il Mistero, il mistero di Dio, il mistero che è Cristo, pone il segno della Sua presenza: non c’è altro segno, se non quello della compagnia di gente che sia stata raccolta dal Suo invito o che si raccolga per il Suo invito” (Ciò che abbiamo di più caro, 424).






IV stazione (cf Lc 23,26-44)

Cosa ci permette di passare dal grido rabbioso del primo malfattore crocifisso con Cristo, nel quale la domanda è soffocata dall’astio e dalla rivendicazione, alla richiesta fiduciosa e sommessa del Buon ladrone? Solo un opportunismo che facilmente ricopriamo con una patina di buoni sentimenti moralistici?
Tutt’altro. La differenza sta nell’accettazione della carne martoriata di Cristo come unico luogo di reale manifestazione dell’umano. Ce lo dice il nostro padre Sant’Ambrogio:
«il ladrone crocefisso viene assolto. Ma lui ha riconosciuto il Cristo nei dolori del supplizio, mentre i farisei non lo hanno riconosciuto nei doni della sua benevolenza. Egli... sulla sua croce ha contemplato con gli occhi dello spirito quel regno di Dio che Giuda non è riuscito a vedere nella cena di Cristo. Perciò l'invocazione del ladrone è stata seguita da questa parola celeste: In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso (Lc 23,43).
Il timore della morte è un istinto comune e Cristo vi si è sottoposto per crocifiggere, come di fatto ha crocefisso, anche la carne... L'incorruttibile ha assunto questa carne proprio per renderla incorruttibile; l'ha assunta l'immortale per renderla immortale. Dunque, chi lo segue, si vestirà di immortalità. Chi fa la sua volontà, non morirà in eterno (Gv 11,26), ma Cristo gli dirà: Oggi sarai con me in paradiso (Lc 23,43). Che cosa vuol dire «oggi»? Sei uscito dalla notte, sarai con me nella luce. Non aver paura delle tenebre, perché ti ha accolto la luce eterna! Opportuno anche il seguito: Sarai con me in paradiso. Cioè: non dubitare perché sei di carne; hai visto anche me nella carne. Non temere di cadere anche tu dal paradiso come ne è caduto Adamo! Ascolta piuttosto! Sarai con me, perché ti sia impossibile cadere.» (Explanatio Psalmi 39,17-19 passim)
Sulla Croce si manifesta la possibilità di uno sguardo e di un giudizio totalmente nuovo, che sfida la nostra paura della morte e ci chiede di consegnare anche quella, perché anche la nostra paura, insieme alla nostra carne, possa venire trasformata.





V stazione (cf Mc 15,33-39)

Non solo il Buon ladrone riconobbe nella carne di Cristo la presenza di Dio. Anche un centurione, un uomo tutt’altro che incline al sentimentalismo e allo spiritualismo, vedendo quel modo di soffrire e di amare nella sofferenza, di gridare ma anche di consegnare il grido nell’abbandono fiducioso al Padre, riconobbe in Cristo la presenza di Dio.
Questo ci mostra che è sempre possibile - qualunque sia la storia, la circostanza, la conformazione umana e caratteriale di ciascuno - riconoscere la presenza di Cristo. E che si tratta del riconoscimento di un fatto reale, non del frutto di un’inclinazione allo spiritualismo o al sentimentalismo.
Già questo è un annuncio di resurrezione. Che spazza via tutte le nostre incertezze, paure e durezze, così come ci sono state ricordate all’inizio degli esercizi:
«A chi di noi non piacerebbe [avere] la stessa faccia di Pietro e Giovanni in cammino verso il sepolcro la mattina di Pasqua? Chi di noi non desidererebbe essere qui... con il cuore pieno di quell’attesa di trovarLo ancora, di rivederLo di nuovo, di essere attratti, affascinati come il primo giorno? Ma chi di noi aspetta veramente che possa succedere una cosa come questa? Come loro, anche noi facciamo fatica a dare credito all’annuncio delle donne, cioè a riconoscere il fatto più sconvolgente della storia, a darvi spazio dentro di noi, a ospitarlo nel cuore perché ci trasformi. Anche noi, come loro, sentiamo il bisogno di essere di nuovo afferrati, perché si ridesti in noi tutta la nostalgia di Cristo» (Introduzione agli Esercizi 2014).
Questo avviene solo in un modo, come ci dice Papa Francesco:
«La risurrezione di Gesù non è il finale lieto di una bella favola… ma è l’intervento di Dio Padre e là dove si infrange la speranza umana… Gesù, che ha scelto di passare per questa via, ci chiama a seguirlo nel suo stesso cammino di umiliazione. Quando... sprofondiamo nel buio più fitto, è il momento della nostra umiliazione e spogliazione totale, l’ora in cui sperimentiamo che siamo fragili e peccatori. È proprio allora, in quel momento, che non dobbiamo mascherare il nostro fallimento, ma aprirci fiduciosi alla speranza in Dio, come ha fatto Gesù».

Il canto del preconio pasquale afferma la presenza e l’opera di Cristo. Ascoltiamo pregando ciascuno per sé e gli uni per gli altri, perché questo annuncio di un fatto reale vinca ogni indurimento e paura.

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