una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

31 maggio 2013

Sulle orme di Costantino, da Milano a... Niš



  È una bellezza selvaggia, quella della Serbia, che ti si impone e ti toglie il fiato, senza chiederti il permesso e senza mai spiegarti fino in fondo perché ti afferra così.  Non vedi, passato il confine con la Bulgaria,  motivi evidenti di stupore, bellezze architettoniche degne di nota, città antiche e maestose, oppure moderne e brulicanti. Solo un paesaggio fatto di campi, boscaglie, colline, villaggi dove regna una strana lotta tra l'incompiuto, il provvisorio e l'abbandonato che ti lascia disorientato e perplesso, perché ti tiene sospeso in un tempo indefinito e sfuggente. Eppure ti affascina. Complici il cielo burrascoso e la scarsissima popolazione, che si rispecchia nelle rare macchine che si incrociano lungo la strada. E il verde: dominante,  cangiante,  quasi sfacciato nella sua insistenza a riproporsi curva dopo curva, chilometro dopo chilometro (ce ne sono più di 80 dal confine bulgaro a Niš). Non posso non pensare all'abbinamento scontato: verde = speranza. Perché non è affatto scontato qui,  in un Paese che ancora porta ferite aperte e dolorose, che ancora rimane ai margini di un'Europa che lo attrae e lo respinge, da cui si sente attratto e di cui insieme non riesce a non diffidare.
Sono qui per la seconda volta nella mia vita. Ci venni in un viaggio, un anno fa, durante il quale mi fu subito chiaro che l'ultima cosa che potevo fare era giudicare. Avevo incontrato voci diverse e contrapposte: serbi e albanesi del Kossovo,  monaci ortodossi e musulmani eterodossi, costruttori di riconciliazione e nazionalisti arrabbiati,  dell' una e dell' altra parte. Ma soprattutto avevo incontrato una bellezza struggente, quella dei monasteri e di una storia che lì si fa palpabile, fino a trasudare dagli affreschi: storie di dominazione, di sconfitte e di battaglie, di orgoglio e di sofferenze, di pazienza e di rivolta.  Dove insieme alla certezza che diventa necessario guardare al futuro - e a un presente dove può accadere ciò che questo futuro rende plausibile - ti rimane comunque una nostalgia che ti prende alla gola, perché ti obbliga a chiederti con quale sguardo guardino questi luoghi e questa gente Cristo, la Sua Madre Vergine e gli innumerevoli Santi che ti chiamano dalle pareti affrescate, quasi sfidandoti a osare uno sguardo superficiale e distratto, da occidentale qual sei. Lo avevo colto - rozzamente,  nebulosamente - un anno fa, ma ora lo struggimento è ancora più forte: arrivando qui mi sento subito come un traditore, poiché percepisco tutta la superficialità con cui in quest'anno ho mal custodito, riducendolo, il ricordo di questi luoghi, di quanti li abitano e delle domande che qui si palesano a partire da una realtà irriducibilmente drammatica: quella di una terra di martirio, di fede autentica ed eroica, ma anche di istinti e di durezze disumane, che sembrerebbe dar ragione alla domanda di chi ti chiede: ma a cosa serve la fede, se non a rendere meno umano l'uomo?
E forse non è un caso che io sia diretto proprio alla città natale di Costantino imperatore, forse colui che più di tutti, nella storia,  ha incarnato questo paradosso: essere stato i primo imperatore cristiano, aver dato ai cristiani e a tutti la libertà di professare la fede che ciascuno avesse scelto, e insieme essere stato battezzato solo in punto di morte,  da un vescovo eretico, ed avendo vissuto nella sua azione di governo il dramma della condanna a morte del figlio Crispo e della moglie Fausta. E non è cosa strana che la valutazione della sua figura abbia scatenato e ancora scateni le opposizioni più marcate e, non di rado, più animose. Perché il  giudizio che ciascuno formula su Costantino, è bene esserne consapevoli, è un giudizio che ne comprende necessariamente uno molto più ampio e radicale, che abbraccia l'intero agire di Dio nella storia. Guardando a Costantino, infatti, ciascuno deve decidere se accettare che Dio possa scegliere come strumento per l'attuarsi del Suo disegno di salvezza una persona "immorale" come lui, o piuttosto reclamare che il Signore debba attenersi a parametri meno scandalosi e più "politically correct"; e ancora: se il Battesimo ricevuto in punto di morte sia puro segno di un cinismo utilitaristico che rende Costantino indegno della salvezza, o se piuttosto anche per lui possa valere una promessa come quella fatta al buon Ladrone, e se il fatto di aver donato a tutti la libertà di professare la fede "che ciascuno avesse scelto", permettendo così la libera diffusione del vangelo, non possa essere paragonato al bicchiere d'acqua dato a uno dei piccoli "perché è di Cristo" a cui, secondo le parole di Cristo, non mancherà una ricompensa eterna.
La Chiesa ortodossa, che ha canonizzato Costantino, non vede in lui un santo per le sue vittorie in battaglia o per il semplice fatto di essere stato un imperatore cristiano, ma piuttosto per il suo essersi lasciato "afferrare da Cristo", come s. Paolo, e per aver mostrato con il suo esempio che il vangelo è strumento di salvezza anche per i sovrani: una prospettiva, a mio avviso, molto realistica ed evangelica e molto poco moralistica (come rischia talora di essere la nostra!).

Proprio per partecipare a un convegno su Costantino sono venuto in Serbia,  accettando l'invito di amici bulgari - accademici, docenti, ricercatori - che hanno particolarmente a cuore il fatto che la Serbia possa pienamente rientrare nel consorzio europeo, sotto tutti gli aspetti, superando gli empasse, le paure, le recriminazioni, le semplificazioni prodotte dai media o da una storiografia troppo superficiale o addomesticata. E certi che riannodare i rapporti tra la Serbia e l'Europa è un bene anche per il nostro vecchio continente.
Che questo sia il vero scopo del congresso internazionale, lo so capisce fin dalla sessione inaugurale. I rappresentanti della Chiesa Ortodossa, del governo centrale e locale, delle istituzioni accademiche, sottolineano il legame ideale con gli altri convegni costantiniani tenutisi in paesi di 4 continenti e dichiarano il desiderio e la volontà ferma che non mancasse a questo appuntamento della storia la città di Niš, e forte è l'attenzione della stampa (presente in forze) su questo tema. Ma si coglie palpabile la volontà di non parlare solo di Costantino, bensì di proporre tutti se stessi, di raccontare la propria identità,  forse perfino di rivendicare il proprio esserci. Così il sindaco di Niš dice testualmente: "Benvenuti! Ora potrete sperimentare la famosa ospitalità serba!"; ma ancora più impressionante è il fatto che il primissimo momento del convegno sia l'ingresso del coro della Metropolia di Niš, che canta in slavo antico un "Padre Nostro" dalla bellezza stupefacente e commovente.
Dopo le parole di apertura del convegno, ancora alla musica viene lasciato il posto. Il medesimo coro, non a caso, canta innanzitutto il Te Deum in paleoslavo, mostrando come questo inno di tradizione cristiana occidentale sia conosciuto e presente anche alla Chiesa serba; e prosegue con un canto che esprime l'amore dei Serbi per quello che viene definito nella presentazione come il "cuore spirituale" della loro nazione, ovvero la regione del Kossovo-Metohija, tristemente nota anche in Italia e ancora oggetto di contese e rivendicazioni. Anche con il canto, dicono, vogliono difendere e tener viva la memoria di questa terra amata.
Mentre il coro canta, c'è nel canto un mix indescrivibile di emozioni da cui è impossibile non lasciarsi investire: struggimento,  tristezza, ma anche rabbia, forza e rassegnazione a una lotta troppo impari. Infine, una giovane coppia di musicisti propone un canto d'amore del folklore serbo eseguito con fisarmonica e guzla, il tradizionale strumento balcanico a quattro corde che si suona con un archetto. Anche questa canzone è una sfida per l'ascoltatore, per l'intensità e il contrasto dei sentimenti che racconta. Ed è chiaro, ancora di più, che siamo qui in un mondo che porta in sé contraddizioni a non finire, ma dove certo non c'è alcun timore a mostrare le domande e le ferite, nel pullulare di vita che comunque si coglie ad ogni passo.
Sorge una domanda: cosa mi chiedi, Signore? Come e dove mi precedi in questa terra che Tu ami? Come stai accompagnando la vicenda degli uomini e donne che la abitano?

13 maggio 2013

Un nuovo file, per dire grazie

Dopo un periodo molto, molto intenso; alla vigilia di una serie di impegni in Italia e all'estero, ho la possibilità di postare una nuova omelia, quella dell'Ascensione, e di segnalarvi una sintesi della relazione su "Costantino in S. Ambrogio", che ho tenuto giovedì al Convegno internazionale tenutosi a Milano nella scorsa settimana.
Un augurio a tutti di buon cammino, in attesa della visita a Milano del Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I: un dono di grazia, a cui non mancare di unirsi almeno nella preghiera...

Ecco il link all'articolo su Costantino:
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/5/11/COSTANTINO-La-lezione-di-Ambrogio-la-Croce-la-politica/392125/

Ed ecco la cartella con gli interventi di quest'anno: