una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

28 settembre 2008

Riprendere o... continuare? L'importante è sapere il perché!

Nonostante i buoni propositi, anche questa volta l'aggiornamento del blog ha atteso quasi... due mesi. Due mesi molto intensi, nei quali molte cose sono accadute e nei quali i giorni di vacanza sono stati brevi parentesi (purtroppo...) "assediate" dal pensiero e dall'inseguimento
delle molte cose da fare e da pensare. Per tornare all'ultimo post, mi viene da pensare che in questa estate non mi è riuscito molto né di svuotare, né tantomeno di fare spazio...

Proprio mentre ripensavo a questa strana estate, all'inizio di settembre, mi è arrivato un duplice, grandissimo dono: innanzitutto la possibilità di riprendere il cammino con l'aiuto di un "fratello maggiore" che da tempo non mi riusciva di incontrare; e poi (finalmente!) la possibilità di prendere servizio in una nuova comunità: la Parrocchia "Annunciazione", che si trova a Milano, nella periferia nord, tra l'inizio della Milano-Meda e la via Pellegrino Rossi. Eccola:


Non c'è che dire... il "salto" dalla Brianza giussanese alla periferia milanese non poteva essere più marcato!!! Nello stesso tempo, però, posso dire di essermi subito sentito "a casa", e per moltissimi motivi. Il primo è semplicissimo e verissimo: il Signore Gesù è lo stesso, a Birone come ad Affori. E anche se cambia la forma delle case (dove ho trascorso la domenica fino a fine giugno, quasi tutte le case erano al massimo a due piani... mentre ora perfino la chiesa, che come vedete non è piccola, quasi scompare tra i palazzi!), desideri, attese, speranze e fatiche degli uomini e delle donne che le abitano sono molto simili, se non addirittura uguali.
E così il cammino riprende in un luogo diverso, oppure - se preferite - semplicemente continua, perché davvero sempre le stesse sono le realtà fondamentali: la fiducia certissima nella presenza di un Padre che non si rassegna ad essere lontano dalla vita di nessuno, la speranza - dono dello Spirito! - che ogni strada, per quanto tortuosa, possa ricevere una via percorribile verso la luve, la carità sperimentata nell'affetto e nei gesti di disponibilità di molti e quella che si cerca - con tutti i limiti di cui siamo consapevoli - di offrire, cercando di modellarla e di modellarsi su quella del Signore Gesù, come la leggiamo nel Vangelo.
Anche su questo, il Signore non è mai avaro di sorprese e di regali. Stamane, subito dopo la messa, una folta rappresentanza della comunità peruviana che vive nella (per me) nuova parrocchia ha portato in processione una statuina di San Rocco (potete vederla dal retro qui a fianco). Nel contempo, c'è stata la consocenza e l'incontro con alcune persone di questa comunità. E, insieme, una percezione immediata: tra 10, 15, 20 anni non sarà più motivo di novità questo tipo di presenze: spero e prego che non sia motivo di rimpianto, per le occasioni perse fin da ora. Mi ha colpito una frase del parroco, oggi. Diceva: "Non chiamiamoli extracomunitari: sono battezzati, fratelli e sorelle nostri, fanno parte a pieno titolo della comunità cristiana! E allora non sono "extra", cioè fuori! A meno che non pensiamo che la Comunità Europea sia più importante della Comunità Cristiana"...
Un simile pensiero mi è rimasto nel cuore. L'ho messo accanto a ciò che sperimento quotidianamente anche in Ambrosiana: non ci vuole molto per suscitare semi di unità e di percezione della comune umanità. Ci vuole però qualcosa di bello. Davanti a quadri che suscitano ammirazione, stupore e commozione, si sperimenta la "comunione del bello": un sentimento che unisce nel nome di una Bellezza che gratuitamente si offre a tutti, e tutti colpisce. E non può non far nascere il desiderio di continuare a cercarla, questa unione, nonostante tutte le nostre debolezze.
E se fosse stata proprio questa l'intuizione che mosse Federico Borromeo, 400 anni fa? Lui ebbe il coraggio, in tempi di scontri e inimicizie, di scrivere che anche dalla sapienza altrui ci possono venire "molte cose utili e giovevoli molto". E forse fu profeta, pensando a un'epoca come la nostra, nella quale il rischio tremendo è quello di pensare che l'unione possa essere fatta solo sul nulla, sulla globalizzazione della Coca cola o sullo stordimento interetnico di MTV, sul diffondersi di mezzi sempre più sofisticati per indorare la solitudine (sempre più tangibile dietro le cuffiette o i lettori di film e musica) o sull'inondazione di spam che ciascuno sperimenta, e che dice chiarissimamente quali siano per molti le priorità (e qui mi fermo, per decenza).
Un grande saluto e augurio di buona settimana a tutti.

Per chi fosse interessato, otete trovare una serie di omelie... "estive" (fino a quella di stamane) aprendo questa cartella: http://www.box.net/shared/a94e63oojt

30 luglio 2008

Non "svuotarsi", ma "fare spazio": ecco la vacanza!

L'avvicinarsi a grandi passi del periodo centrale dell'estate non sembra portare - almeno dalle parti di Piazza Pio XI a Milano - grandi rallentamenti nel lavoro. Anzi: forse per il desiderio di concludere prima delle ferie, è un continuo susseguirsi di impegni, incontri, progetti da definire, decisioni da prendere...
E poi, tra una settimana circa, qualche giorno di vacanza, in montagna, con amici.
"Vacanza": una parola che richiama il verbo latino "vacare": mancare, essere vuoto...
Sembrerebbe suggerire l'idea della vacanza come "svuotarsi" di tutto quello che è routine, vita normale, attività quotidiana. E forse c'è chi questo "vuoto" lo cerca: magari con una vacanza all'insegna del "nulla": quello rinforzato da sostanze e alcol, oppure semplicemente il nulla di chi vive le cose della vacanza (e magari anche le persone, i sentimenti, gli affetti...) già intenzionato a non portare niente a casa, se non l'idea di essersi "svuotato", appunto...
Preferisco un altro senso della parola "vacanza": svuotare, sì, ma non per restare vuoti, bensì per "fare spazio". Fare spazio per ciò che (e per Chi) è davvero importante e necessario. Spazio per la condivisione, per l'amicizia, per il tempo del gioco con i bambini... sotto questo aspetto posso davvero dire di essere fortunato: ho moltissimi amici che mi aiutano a fare della vacanza un'occasione per ricordare e sperimentare queste splendide cose. E, nello stesso tempo, mi danno testimonianza di un modo di amare (quello di sposi e di genitori) così concreto e "tangibile", da essere davvero divino, nella sua piena umanità. Così ho imparato la tenerezza e la dedizione sentendo come un papà o una mamma rassicuravano un bimbo che per la quinta volta si svegliava piangendo durante la notte; ho imparato il servizio e la pazienza quando ho visto stravolgere programmi fatti e attesi, per venire incontro alle esigenze dei piccoli; ho imparato la fedeltà e la sobrietà quando ho colto la gara di due coniugi nel permettere all'altro/a di soddisfare un desiderio in più, nonostante le fatiche economiche...
E, ve lo assicuro, non passo le vacanze con famiglie o coppie di marziani!!!

L'augurio, allora, è quello di poter sperimentare quest'estate un po' di vacanza per "fare spazio" al modo di amare umanissimo e divino di Cristo.

E perciò, a chiusura di questo post, il link all'omelia del 27 luglio:
http://www.box.net/shared/rwtx9xbswg


Buon mese di agosto.

don Francesco

06 luglio 2008

Un tempo nuovo, con una gratitudine profonda nel cuore

E' da poco che ho scritto della festa fatta a don Angelo per i suoi 50 anni di sacerdozio, e già devo tornare con un nuovo post e con molte cose da raccontare.

La prima riguarda un saluto e un distacco: quello dalla comunità di Birone. Domenica 29 giugno ho concluso la mia presenza presso quella Parrocchia, che durava dal settembre 2006. Una presenza limitata nel tempo e nelle attività, ma che è comunque stata importante per quello che ho imparato e soprattutto per le persone incontrate.
Anche in questo caso la parola che non può mancare è "grazie!", in primo luogo a don Angelo per la sua generosità, cortesia ed esempio, e poi a tutti coloro i quali mi hanno accolto con simpatia e disponibilità (e sono tanti!). Non posso poi non ricordare il gruppo Chierichetti e Chierichette, che posso dire di aver avuto nel cuore come una ricchezza preziosa di simpatia, amicizia e disponibilità a servire il Signore Gesù.

Una seconda parola la dico a me stesso: "esaminati!". Già, perché un passaggio di Parrocchia è per un prete sempre come una specie di esame sul suo operato, perché si tratta di capire se hai speso tempo ed energie per legare le persone a Gesù Cristo (e questo va bene!) oppure semplicemente a te stesso (e questo è una grave mancanza, oltre che un danno per la vita spirituale). La risposta non si può dare subito, ma richiede tempo, franchezza e uno sguardo costante su di sé, alla luce del Vangelo. E con tutto il cuore spero che a Birone sempre più persone continuino a guardarsi sotto lo sguardo di Cristo, per giungere a percepire che solo Lui è guida vea, capace di rivelarci chi siamo veramente e di aiutardi a camminare verso una progressiva maggiore somiglianza con Lui.

E, infine, una terza parola è quella del servizio alla Parola: l'omelia di domenica 6 luglio in formato audio, per continuare a condividere allcune riflessioni.
http://www.box.net/shared/80mpg714cc

28 giugno 2008

Un grande "grazie!" per 50 anni di fedeltà

Questo post non mi riguarda se non indirettamente, perché è la trascrizione dell'omelia che ha festeggiato - domenica 22 giugno - il 50° anniversario di Sacerdozio di don Angelo, Parroco di S. Sefano di Birone (Giussano). In questa Parrocchia ho prestato un piccolo servizio per due anni, e per una combinazione inimmaginata, pure il mio servizio presso questa Parocchia si conclude in questi giorni. Vorrei allora dire il mio grazie a don Angelo per questi due anni trascorsi insieme, unendolo a quello alla Comunità tutta, che mi ha accolto con affetto e simpatia ben superiori a quanto mi meritassi.

Birone, Parrocchia S. Stefano - 22 giugno 2008

Omelia nella celebrazione del 50° anniversario
di Ordinazione Sacerdotale di Don Angelo

È una gioia e un onore e insieme anche una responsabilità quella di riflettere insieme con tutti voi sulla Parola che abbiamo ascoltato in un’occasione così bella e importante. Ed è anche – penso – particolarmente significativo vedere quante persone e da quante diverse provenienze oggi sono qui per stringersi accanto a don Angelo. Certo, la Parola di Dio di quest’oggi sembrerebbe a prima vista non aiutarci molto: è una parola che si basa su un contesto di persecuzione, di difficoltà, di sofferenza… che nella seconda lettura ci ricorda che il mondo è il luogo del peccato e della morte… ma certo non sono questi i temi che oggi vogliamo mettere alla nostra attenzione.
Oggi siamo qui per ringraziare. E allora, forse, è significativo che la messa di oggi veda, oltre a tanti parrocchiani, agli amici e ai parenti, anche la presenza delle autorità della Città di Giussano, civili e militari, che saluto a nome di don Angelo. Perché mi sembra che uno spunto prezioso il vangelo di oggi ce lo offra, a questo proposito: il vangelo parla della necessità – che Gesù dice in modo molto esplicito – di condurre una vita che non si nasconda, che sappia essere limpida, che sappia dire la verità, che non vada avanti in base a sotterfugi e nascondimenti. E mi sembra significativo, appunto, che oggi siamo qui a festeggiare anche con la Comunità civile, proprio perché la prima cosa che tutti riconosciamo a don Angelo, e per la quale gli siamo grati, è questo stile di limpidezza evangelica che ha portato avanti. L’opera educativa di don Angelo, in tutti questi anni, è un’opera che cerca di costruire limpidezza e serenità d’animo; che cerca di offrire una guida che insegni questa via della trasparenza. Ed è il primo motivo, questo, per cui rendiamo grazie al Signore.

Il secondo motivo per cui rendiamo grazie al Signore lo possiamo trovare nel “motto” di ordinazione sacerdotale di don Angelo, che ci è stato riproposto in tante forme, in queste settimane: “Fate quello che Egli vi dirà”. Sono le parole che Maria dice ai servi, al momento delle nozze di Cana, quando nessuno sa cosa fare per evitare la rovina di una festa, di una gioia. E potremmo tradurre così queste parole di Maria: nella vita di don Angelo sono diventate: “Sia fatta la Tua volontà, Signore”, l’impegno – in questi 50 anni – a cercare la volontà del Signore, e non la sua. Alla fine della messa tutti potranno ricevere in dono un fascicolo molto bello, che è stato messo insieme con affetto dai parrocchiani, dove ci sono tanti ricordi di don Angelo, e c’è in particolare una sua intervista, bella e significativa. Qui, quando gli viene chiesto se ci sono stati particolari momenti di difficoltà nella sua vita sacerdotale, don Angelo dice, alla fine, che momenti di particolare difficoltà non ce ne sono stati, perché c’è stato solo il desiderio di continuare a seguire la volontà del Signore. E questo penso sia il secondo insegnamento grande che da lui possiamo raccogliere: una volontà del Signore che per 50 anni è diventata quotidianità, capacità di mettere uno dopo l’altro, ogni giorno, i gesti più semplici e più veri.
Quando riflettevo su questa giornata, ho incontrato un brano di un autore antico, un Padre della Chiesa – S. Cipriano –, che scriveva (Cipriano, Trattato sul Padre nostro, 14-15):
Proseguendo nella preghiera diciamo: «Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra», non tanto perché faccia Dio ciò che vuole, ma perché possiamo fare noi ciò che Dio vuole...
E poi spiega:
La volontà di Dio dunque è quella che Cristo ha eseguito e ha insegna­to. È umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità. Volontà di Dio è non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore… Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza, dargli ferma testi­mo­nian­za quando è in discussione il suo nome e il suo onore, mostrare sicurezza della buona causa… Questo significa voler essere coeredi di Cristo, questo è fare il comando di Dio, questo è adempiere la volontà del Padre.
Ecco, io penso che tutti noi, che lo conosciamo, senza nessuna esagerazione, ma con la certezza che viene dalla conoscenza, possiamo dire che questi sono i tratti che contraddistinguono la vita di don Angelo. E per tanto altro possiamo rendere grazie: attraverso di lui il Signore ci mostra che è possibile seguirlo, e questo non in una vita dove non ci sono mai momenti di fatica e di difficoltà, ma in una vita ordinaria, che anche nelle fatiche e nelle difficoltà sa mantenere questa fiducia.

E la terza cosa che vorrei dire, per la quale vorrei che rendessimo grazie al Signore con don Angelo, vorrei dirla attraverso una favola.

L'ALBERO GENEROSO
C'era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni. Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato ai suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino. Quando era stanco, il bambino si addormentava all'ombra dell'albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna-nanna. Il bambino amava l'albero con tutto il suo piccolo cuore. E l'albero era felice. Ma il tempo passò e il bambino crebbe. Ora che il bambino era grande, l'albero rimaneva spesso solo. Un giorno il bambino venne a vedere l'albero e l'albero gli disse: "Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice". "Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare", disse il bambino. "Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?". "Mi dispiace", rispose l'albero "ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va' a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice". Allora il bambino si arrampicò sull'albero, raccolse tutti i frutti e li portò via. E l'albero fu felice. Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare... E l'albero divenne triste. Poi un giorno il bambino tornò; l'albero tremò di gioia e disse: "Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami e sii felice". "Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi", rispose il bambino. "Voglio una casa che mi ripari", continuò. "Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?". "Io non ho una casa", disse l'albero. "La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice". Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa. E l'albero fu felice. Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l'albero era così felice che riusciva a malapena a parlare. "Avvicinati, bambino mio", mormorò "vieni a giocare". "Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare", disse il bambino. "Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?". "Taglia il mio tronco e fatti una barca", disse l'albero. "Così potrai andartene ed essere felice". Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire. E l'albero fu felice... ma non del tutto. Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora. "Mi dispiace, bambino mio", disse l'albero "ma non mi resta più niente da donarti... Non ho più frutti". "I miei denti sono troppo deboli per dei frutti", disse il bambino. "Non ho più rami", continuò l'albero "non puoi più dondolarti". "Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami", disse il bambino. "Non ho più il tronco", disse l'albero. "Non puoi più arrampicarti". "Sono troppo stanco per arrampicarmi", disse il bambino. "Sono desolato", sospirò l'albero. "Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...". "Non ho più bisogno di molto, ormai", disse il bambino. "Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco". "Ebbene", disse l'albero, raddrizzandosi quanto poteva "ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati". Così fece il bambino. E l'albero fu felice. (Shel Silverstein)

Penso che questa favola ci possa dire molte cose...

Questa favola, innanzitutto, PARLA DI DON ANGELO.
Penso che don Angelo abbia ritrovato molto della sua vita in questa favola: quante persone si rivolgono a un prete! Chissà quante in questi 50 anni di sacerdozio...!!! Vengono, domandano, spariscono per un po' o per tanti anni, poi ritornano, cambiano nelle loro esigenze, a volte nelle loro pretese... E la saggezza di un prete, saggezza "da albero", sta nel cercare di dare qualcosa – anche quando si sa già come andrà a finire, anche quando è chiaro che quello che viene chiesto al prete non farà felice la persona che glie lo domanda... – per cercare soprattutto di mantenere vivo il legame, di far sì che quando sarà arrivata la disillusione, a questa persona venga ancora il desiderio di tornare là dover era stata accolta, a chiedere una parola di aiuto, di chiarezza, di sostegno e di sprone... E allora penso che questi cinquant'anni di sacerdozio vadano letti come il tempo in cui don Angelo ha continuamente dato tutto quello che aveva, facendo fronte a mille richieste e a mille domande, a volte faticose, a volte sgarbate, non sempre sensate, che comunque gli chiedevano non solo cose materiali, ma sempre un "pezzo" della sua vita, del suo tempo, della sua attenzione. E allora noi lo ringraziamo, non fosse che per il tempo speso ad ascoltare e ad accogliere in questi cinquant’anni...

Però penso che questa favola PARLI ANCHE A NOI.
Ci invita a guardare con più serenità e con più verità alle diverse tappe della vita. Ci chiede innanzitutto se sappiamo ritornare al Signore, se sappiamo riconoscere che i suoi doni sono davvero capaci di seguire tutta la nostra vita, diventando di volta in volta nuovi e diversi. Ci chiede però anche di riconoscere che spesso i nostri desideri sono piccoli e ondivaghi, sbagliati, incerti e pretenziosi, illusori e gonfiati... che spesso arriviamo dal Signore con un "Voglio..." che ci qualifica sempre come bambini un po' egoisti... Ci chiede di riconoscere che spesso - convinti come eravamo di sapere già da noi cosa ci avrebbe fatti felici - siamo passati sopra tutto e sopra tutti per ottenere le "cose" che volevamo, e così abbiamo magari calpestato le persone, non abbiamo curato i rapporti... Ci chiede di riconoscere, infine, che comunque mai il Signore ci ha rimandati a mani vuote, nemmeno quando eravamo illusi e un po' arroganti...

Da ultimo, penso che questa favola PARLI A DON ANGELO.
Caro don Angelo, in questi cinquant'anni tu hai cercato di avere sempre qualcosa da donare. Ma anche il Signore – dal canto suo – ti è stato fedele, e per ogni stagione della tua vita e del tuo ministero, ha avuto in serbo per te dei doni, e tu li racconti in questo libro che poi avremo in mano: racconti della gioia delle gite in montagna, della gioia di essere assistente dell’oratorio, della gioia poi quando è arrivata la nomina a Parroco, e poi la gioia di vivere in questa Comunità gli anni della pienezza e della maturità... ogni volta il Signore ti ha messo davanti un dono diverso, per una stagione diversa del tuo essere prete, e chiedendoti una risposta diversa. Anche ora è così!
Ecco, la nostra preghiera e il nostro augurio, oggi, sono questi: che con la serenità della fede e la saggezza degli anni, tu possa scoprire qual è il dono che ora il Signore vuole farti. Qual è lo stile, il modo, il come, il dove Lui ORA ti vuole prete, perché ancora tu possa continuare ad essere un dono prezioso per gli altri.
E chiediamo allo Spirito di essere fuoco e vento: fuoco capace di purificare ogni timore che non ci siano più doni... vento capace di gonfiare le tue vele e muovere ancora la tua rotta sulla via che anche oggi, con amore, Gesù va tracciando per te e per tutti noi.
Caro don Angelo, tanti auguri di cuore!!!
don Francesco

25 maggio 2008

altre omelie...

Certo a qualcuno sembrerò un po' monotono... ma purtroppo in queste settimane non mi è possibile fare altro che postare qualche omelia. Ecco quelle relative a Pentecoste, Trinità e Corpus Domini:

http://www.box.net/shared/hlabz42gws

http://www.box.net/shared/ovjdypvi84

http://www.box.net/shared/aig6bqphcs

A lettori e ascoltatori auguro di lasciarsi raggiungere dalla Parola di Cristo, tanto potente da sapersi manifestare anche con strumenti così mediocri come siamo noi.

11 maggio 2008

Qualche omelia in più

E' un po' che non aggiorno il blog, e il motivo è sempre la cronica mancanza di tempo.
Stasera, però, voglio almeno aggiungere la directory che ospita i files delle omelie, dal momento che ne ho alcune più recenti (dopo Pasqua) da condividere.
A presto per aggiornamenti più "sugosi"...

http://www.box.net/shared/mll6teog80

Per ascoltare, bisogna prima salvare su disco cliccando sul file con il tasto destro del mouse, e poi far partire media player o simile.

NB: qui c'è anche la riflessione della celebrazione degli Anniversari di Matrimonio: è la predica dell'Ascensione.
NB2: in alcuni files sentirete che la riflessione è preceduta dalla lettura del vangelo.

06 aprile 2008

Vita da... campus

Non avevo mai visitato un campus universitario, e la prima esperienza è stata con la Notre Dame University, nell'Indiana, fondata nel 1842 e retta dalla Congregazione della Santa Croce. Il luogo è veramente splendido, tra laghetti, boschi e prati in una zona a 90 miglia da Chicago. Qui studiano e vivono 10.000 tra studenti e docenti. Il campus è una vera e propria città, con un ufficio postale, uno stadio per il football americano, una biblioteca di tredici piani, una basilica, un servizio interno di autobus, perfino un triplo fast food (Burger King e altre due catene di cui non ricordo il nome) interno e spazi ampi di verde tenuto benissimo. Le spese annuali per uno studente, compreso vitto e alloggio, sono - così mi dicono - intorno ai 45,000 dollari, ma per fortuna molti sono i borsisti. Tutto sommato, se penso a cosa può costare un letto in condivisione in un appartamento di studenti a Milano, più le tasse universitarie, il vitto, i trasporti... alla fine non so dove si spende di più...
Ma la cosa più interessante è il concetto che vi sta alla base: si sta nel campus sempre, si vive insieme (quando ho chiesto al professore che mi ospita se gli studenti andavano a casa per il weekend, mi ha guardato come se dicessi un'enormità... eppure io ricordo la faccia di una mamma a cui qualche anno fa avevo suggerito per il figlio un'ottima università romana... quasi avessi attentato all'integrità della famiglia!!!)


La giornata passata a Notre Dame ci ha permesso di incontrare l'ex rettore dell'università: un uomo che ha ora 92 anni, lucidissimo e che ha conosciuto persone del calibro di Martin Luther King, Papa Paolo VI fin da quando era Arcivescovo di Milano... Sentirlo parlare è stato come percorrere la storia non solo americana ma anche mondiale degli ultimi 50 anni...
Oltre a questo, alcune inattese scoperte: ad esempio, che gli scoiattoli vengono vicini senza paura e vivono numerosi tra gli alberi del campus...

Infine, porto nel cuore il ricordo di una splendida celebrazione domenicale: curata (tutti i celebranti e i ministranti erano attenti e precisi), partecipata (tutti cantavano e una studentessa dirigeva i canti e intonava le strofe del Salmo), attenta a vivere in pieno quella "actuosa participatio" voluta dal Concilio Vaticano II (dei laici incaricati hanno aiutato i Sacerdoti a distribuire a tutti l'Eucaristia sotto le specie del pane e del vino). Penso che l'abitudine a vivere in una società multiculturale, multirazziale e multireligiosa dia ai cattolici americani un senso di appartenenza alla Chiesa e di consapevolezza della propria scelta, che si traducono poi in una partecipazione ben più convinta di quella che mediamente capita a volte di vedere nelle nostre celebrazioni...

Dopo queste rapide impressioni, la lunga traversata del ritorno: tra autobus per Chicago, jumbo fino ad Amsterdam, volo Alitalia fino a Malpensa, autobus fino alla Stazione Centrale, e infine metropolitana, un totale di 23 ore per tornare a casa.
Ma ne valeva la pena!

05 aprile 2008

Ultimissime da Chicago

Terzo e, ahimé, ultimo giorno a Chicago. Sabato 5 partiamo per Notre Dame University, a circa un'ora e mezzo di macchina. Lì incontreremo alcuni membri dello staff dirigenziale di questa Università, con la quale c'è da anni un'ottima collaborazione.


Ma ora veniamo alla giornata di venerdì 4. E' stata segnata dalla partecipazione - come relatore - al convegno sul Rinascimento (nella foto sono con mons. Navoni, con la terza relatrice della mattinata e con Anna Beth Rousakis, moderatrice della sessione e responsabile dei progetti di sviluppo dell'Ambrosiana Foundation). La sessione, contemporanea ad altre sette o otto, ha visto una buona partecipazione di studiosi interessati al tema: "L'eredità culturale di Federico Borromeo". Ero assai meno teso di quanto fossi l'estate scorsa a Oxford, e questo ha giovato non poco alla fluidità dell'esposizione. metto in allegato scaricabile il pdf della relazione, se mai a qualcuno potesse interessare.
http://www.box.net/shared/y5jzzyu00c
Nel pomeriggio, prima di un incontro con un nutrito gruppo di docenti e di giovani ricercatori americani, ho avuto la possibilità di visitare alcune chiese di Chicago, tra le quali alcune (cattoliche e non) assai vicine a quello che viene chiamato "Magnificent Mile" ed è fondamentalmente la via dello shopping di Chicago, uno shopping lungo un miglio intero (vedi una foto).


Mi ha colpito, al rientro in albergo verso le 16,30, una giovin signora americana. E' entrata con me nell'ascensore per salire al piano, e in questo ascensore c'era una inserviente dello staff dell'albergo, una signora di colore. Appena vistala, la giovin signora le ha - come si suol dire - attaccato un bottone, dicendo tutta la fatica che aveva fatto quel giorno. Le testuali parole erano, rivolte all'inserviente: "Wow, how tired I am. I have been shopping since 10 a.m., today!" (Mamma mia, come sono stanca. E' dalle dieci di stamattina che sono in giro a fare compere!). E l'inserviente a darle corda, compassionandola per l'"immane fatica" (ma forse la prendeva un po' in giro, e un po' doveva abbozzare per dovere professionale) e indicandole invece altri posti a Chicago dove fare compere il dì successivo. Ecco, questa seconda parte mi ha un poco fatto dispiacere: perché qui si capiva che l'idea di fare shopping faceva luccicare gli occhi anche all'inserviente dell'albergo, che pure - probabilmente - si sarebbe potuta permettere assai meno della giovin signora...
Mi ha fatto tristezza, perché mi è sembrata, quella scena, un po' la sintesi dello squallore attuale: uomini e donne di ogni censo e condizione, uniti sotto la bandiera dello shopping, in nome della fratellanza nel buttare soldi e tempo... che tristezza! E intanto, allegramente, c'è chi si frega le mani per i profitti che aumentano... l'importante è riempire le strade di negozi e le braccia di borse degli acquisti fatti... e fa nulla se ci sono anche ben altre situazioni rispetto al luccichio del centro (vedi foto sotto)


E ancora più triste mi è sembrato il fatto che la giovin signora reputasse soverchia fatica l'essersi esinanita in ben sei ore di shopping, sentendosi persino in diritto di piatire solidarità per la sua eroica impresa...
Ma ora basta, perché rischio di diventare moralistico...
Concludo con una citazione a memoria del profeta Amos: "... ma finirà l'orgia dei buontemponi!".

04 aprile 2008

Quasi una diretta... da Chicago, Illinois

Mi trovo negli Stati Uniti da mercoledì, e vi rimarrò fino a domenica sera per partecipare al congresso annuale della Società Americana per lo Studio del Rinascimento, una importante associazione di studiosi, docenti universitari e ricercatori che si dedicano allo studio dei secoli XV-XVII. Insieme a un mio collega Dottore dell'Ambrosiana, proprio oggi parleremo della nascita della Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana.
Oltre a questo, abbiamo come obiettivo quello di approfondire e soprattutto avviare relazioni significative con università e studiosi per poter ampliare le occasioni di scambio e di ricerca sul ricchissimo materiale
conservato all'Ambrosiana, in buona parte ancora da studiare e pubblicare. Infine, il nostro viaggio ha lo scopo di stringere contatti che possano offrire all'Ambrosiana sostegni e aiuti per continuare a vivere e a divulgare la cultura umanistica e cristiana di cui essa è testimone.

Q
uesta, dunque, la parte "ufficiale" del viaggio.
Qualche prima, inizialissima osservazione da viaggiatore novellino negli USA.

La prima cosa che mi viene da dire: è proprio un altro mondo... in tutti i sensi, nel bene e nel male.
Ti colpiscono le dimensioni di tutto... dai grattacieli ai piatti, tutto è "oversized" rispetto alle abitudini europee.
E poi, un tratto sorprendente, una grande correttezza e disponibilità, a partire dalla funzionaria del controllo passaporti. Ti prendono la foto e le impronte digitali, ma insieme ti sorridono e ti dicono: "Welcome in the United States". E anche in albergo, dal cameriere al portiere al ragazzo che chiama i taxi, un grande senso di dignità e di orgoglio per il proprio lavoro.
Poi, ti guardi attorno e scopri anche qui la povertà delle persone che stendono la mano, case vecchie e dall'aspetto abbastanza fatiscente accanto a grattacieli meravigliosi... Ieri sera, poi, prima di andare in albergo, siamo entrati in un negozietto per comperare una bottiglia di acqua. Siamo usciti subito perché c'era un giovane che stava litigando e gridando con il commesso. Dopo tre minuti è arrivata una pattuglia di poliziotti in bicicletta: in cinque sono entrati e hanno preso il giovane. Devo dire, con tutta onestà, che ho visto una grandissima correttezza. Il giovane in questione era un afroamericano (e lo era anche il commesso), ma nonostante la situazione un po' tesa, non ci sono stati assolutamente gesti di violenza o di maltrattamento. Una situazione, da parte mia, che non mi aspettavo di vedere, ma che nello stesso tempo mi ha fatto venire alla mente tante notizie o episodi di segno assai diverso, spesso fortemente pubblicizzati da noi in Italia...
Certamente, non ho la pretesa di aver visto tutta l'America, né di poter dare giudizi definitivi (sarebbe ridicolo, dopo 36 ore negli States...), ma nello stesso tempo mi riconfermo nell'idea di una grandissima complessità di questo paese.
Le dimensioni. Come già dicevo, tutto è oversized. Eppure, anche nell'enorme numero di grattacieli, c'è una bellezza che si può notare. Per me, normalmente, andare in una città significa cercare innanzitutto le cose antiche da vedere (deformazione professionale...). E quindi, in tutta sincerità, non mi ero nemmeno preoccupato di cercare una guida di Chicago, convinto come ero che di antico non vi fosse nulla, e quindi nulla di "interessante"... almeno per il sottoscritto. E invece, ho scoperto che si può essere affascinati anche dalle cose moderne e avveniristiche...
Ieri sera, una cena organizzata dai nostri sponsor negli States si è tenuta all'80mo piano (ottantesimo!) del più alto grattacielo di Chicago... una cosa da non credere... Il grattacielo è quello nella foto all'inizio, ecco una foto del panorama dall'ultimo piano:


Ora devo scappare: a presto con altre news.



23 marzo 2008

Pasqua: la certezza che un incontro è possibile!


A tutti gli amici e le amiche, alle famiglie con cui condivido affetto e cammino, ai visitatori di questa pagina, a chi vi capita per caso...

Un augurio sincero di BUONA PASQUA DI RESURREZIONE!!!

Il Signore è risorto, è vivo, non è limitato dallo spazio e dal tempo, e quindi l'incontro con Lui - così come fu per Maddalena, per le Donne al sepolcro, per gli Apostoli e per Paolo - è possibile anche per noi: un incontro che avviene nella fede, ma non per questo è meno vero. Un incontro che "prende carne" nella relazione con chi ci parla del Maestro e non teme di mostrarci - nella povertà dei suoi limiti di cristiano - che la Sua potenza è innanzitutto per lui fonte di perdono e di speranza.

Un incontro così può e chiede di diventare compagnia. Compagnia da parte del Signore, compagnia di fratelli e sorelle che condividono il legame con Lui. E che in questo legame trovano la forza di non scoraggiarsi per le proprie e le altrui povertà.

Questa è Pasqua. Ben più, davvero ben più che una delle due occasioni in cui "bisogna" andare in Chiesa e "bisogna" confessarsi...

Questa è la Pasqua che - di tutto cuore!!! - ti auguro.

Ti invito, se vuoi, a condividere le riflessioni della Messa di Pasqua: http://www.box.net/shared/p9yvox5es8

22 marzo 2008

i Tre giorni santi 2008: Condivisione, Passione, Risurrezione

Venerdì Santo: in ascolto della Parola che ti viene dalla Croce
- Mi sono chiesto a lungo, anche quest'anno, quale sarebbe potuta essere la parola da mettere al centro della rifelssione del venerdì santo. Me lo sono chiesto a lungo, fin dall'inizio della Quaresima, e anche con un pizzico di apprensione... Già, perché sono almeno sette anni che mi capita sempre di predicare - durante il Triduo Pasquale - al venerdì santo, nella celebrazione della Passione del Signore. Non che lo scelga io: sembra che nell'assegnare la predicazione per quei giorni ai loro collaboratori, i parroci preferiscano "cedere" proprio quella predica: mai - almeno così a me è capitato - quella del giovedì santo o della veglia pasquale...
- In ogni caso, alla fine questa circostanza la riconosco come un grande dono, seppure un po' faticoso, perché mi "obbliga" costantemente a confrontarmi con la Croce di Gesù e anche - almeno ci provo - a non parlarne in termini scontati o - peggio - banali o troppo "preteschi". Mi è rimasta fissa nella mente e nel cuore l'esperienza che feci nel 1990 all'ospedale di Niguarda. Ero ancora seminarista, mi mancavano due anni per diventare prete, e quell'anno i miei superiori mi avevano inviato - per il servizio pastorale - non in una parrocchia o in un oratorio, come era consueto, ma presso un ospedale. Lì - con un compagno - facevamo un servizio di aiuto ai Cappellani: non potevamo ancora confessare, ma solo distribuire la Comunione, e allora il sabato e la domenica li passavamo a girare nei reparti a noi assegnati, per incontrare i degenti e - se richiesti - avvisare i sacerdoti che qualcuno desiderava la Confessione o l'Olio degli Infermi. Questo in teoria, almeno. Nella pratica, dal momento che avevamo lo stesso camice dei cappellani, i degenti non stavano a sottilizzare se fossimo già preti o meno: quando entravo in una stanza mi sentivo subito gli sguardi di tutti addosso (terribili gli stanzoni a sei o otto letti di Niguarda...), ed è stata una scuola dura, almeno all'inizio, ma importantissima. Ho imparato che il camice da cappellano o il colletto da prete non sono un segno di privilegio, ma semmai danno a tutti il diritto di chiedere (e anche di "pretendere") da te qualcosa. Ho imparato che non potevo pretendere alcun rispetto o deferenza, anzi: ero io che dovevo chiedere permesso per entrare nella vita e nella sofferenza di persone che potevano avere mille motivi per essere arrabbiati con il buon Dio. Ho imparato che non è affatto vero che la sofferenza avvicini a Dio, almeno non sempre: a volte, infatti, la sofferenza della malattia suscita una ribellione che non può essere giudicata, ma solo accostata con immenso rispetto.
- Soprattutto, in quell'anno difficile, ma splendido, mi è rimasto impresso l'incontro con un uomo di circa sessant'anni, nel reparto di Ematologia. Era malato di leucemia, e sappiamo tutti cosa questo significa: in quel reparto, purtroppo, non era raro vedere il periodico ritornare dei degenti per le terapie. E purtroppo, spesso questo ritorno li vedeva sempre più debilitati. Quest'uomo, quando mi vide alla porta, mi chiamò subito, quasi imperiosamente. Mi avvicinai al letto, e lui mi apostrofò: "Padre, venga qui. Ho appena litigato con un suo collega. Mi dica se non ho ragione di essere arrabbiato! Ho sessant'anni, sei mesi fa sono andato in pensione, dopo una vita di lavoro. Finalmente, volevo dedicarmi alla mia famiglia, al mio nipotino che sta per nascere, e invece... ho cominciato a star male e mi hanno detto che ho la leucemia, e che non sanno se potrò fare il trapianto. E sto male. Le chemio mi lasciano come uno straccio. Non riesco più a fare niente. E' venuto a trovarmi il mio parroco e quando gli ho chiesto perché il buon Dio ce l'aveva così tanto con me, mi ha risposto che dovevo unire le mie sofferenze a quelle di Cristo senza ribellarmi. Allora io gli ho risposto che Cristo è stato in croce solo tre ore, e poi è morto, e io sono tre mesi che faccio dentro e fuori dall'ospedale!!! Mi ha detto che non dovevo bestemmiare... ".
Cosa potevo rispondere a quell'uomo? Non dissi niente. Ma in quel momento mi resi conto di come una verità incontrovertibile (Cristo ha sofferto e unire alle Sue le nostre sofferenze è la sola possibilità di dare loro un senso) se detta senza tatto, o come una frase che va solo accettata senza discutere, rischia di diventare un motivo di allontanamento, e non di avvicinamento a Cristo.
Non biasimo lo sconosciuto confratello che parlò con quell'uomo. Semplicemente, penso che non si debba mai pensare di poter rispondere con frasi fatte a un enigma - quello del dolore - che anche nella Bibbia viene proposto con parole drammatiche, suscitando proteste e perfino "messe sotto accusa" nei confronti di Dio stesso (si pensi a Giobbe, o ad alcuni Salmi...).

- Ecco, allora, perché la predica del venerdì santo è così difficile e importante... Qui sotto trovate il file audio, se può interessarvi. Senza pretese, solo come l'offerta di una riflessione che ho inteso innanzitutto per me.
Ho scelto come tema-guida un pensiero di Isacco di Ninive, uno scrittore siriaco e santo della chiesa siriaca del VII secolo. Ve lo ripropongo così come l'ho un po' parafrasato, per renderlo in un linguaggio più comprensibile:

Gesù-Dio si è consegnato alla Passione per una sola ragione: far conoscere al mondo la grandezza inimmaginabile del Suo amore appassionato. Perché Dio è certo che qualora riconoscessimo la grandezza del Suo amore, il nostro cuore ne sarebbe catturato, aprendosi a una nuova capacità di amare. E dunque la morte di nostro Signore rese possibile mostrare la grande potenza del Regno dei cieli, che è l'amore sconfinato. E prima ancora che per salvarci dai peccati, la Passione di Cristo fu per farci percepire lo sconfinato amore di Dio per le Sue creature.
E' dunque, la Parola della Croce, non la parola del dolore, e nemmeno quella del castigo evitato, o della giustizia che chiede il pagamento per la colpa, ma puramente e semplicemente la manifestazione di un Amore senza limiti e senza condizioni. Che - si legge nei racconti evangelici - copre tutti: vittime e carnefici, uomini e donne: tutti coloro i quali vengono a trovarsi davanti al Cristo sofferente. Che per tutti ha una parola, uno sguardo. Ed è certo che si cambia davvero solo per amore, e non per paura.

Possiamo allora pregare così:

Signore Gesù,
aiutaci ad ascoltare la Parola della tua Croce.
La parola del perdono su tutte le colpe che ci rendono
fratelli e sorelle dei tuoi crocifissori;
la parola dell'accoglienza e della condivisione da parte tua
su tutti i dolori che temiamo di essere soli a portare;
la parola dell'incoraggiamento e della gratitudine su tutti i dolori
dei fratelli e delle sorelle che anche noi - come nuovi Cirenei -
accettiamo di condividere, per amor Tuo.
Facci comprendere che la tua è stata una Passione di Amore,
e che solo credendo a questo amore troveremo
risposte alle nostre domande,
pace per i nostri cuorei dubbiosi,
coraggio di scioglierci in un amore
capace di osare di più.
Così sia.

Ecco la predica in file audio:

http://www.box.net/shared/d792kxcoc4

21 marzo 2008

La domenica di Lazzaro

Qui potete trovare l'omelia della domenica di Lazzaro (V di Quaresima) 2008.

http://www.box.net/shared/kg70a57k08

03 febbraio 2008

Giornata della e per la Vita

A un mese e mezzo dall'ultimo post, quando ormai la Quaresima è alle porte, mi accorgo che è ora di "smaltire" l'arretrato accumulatosi fin da quest'estate. Mi riferisco naturalmente ai files audio delle omelie che tengo settimanalmente nella Parrocchia in cui presto servizio. Ne avevo ancora dell'agosto scorso, registrate e mai messe sul sito. Siccome diversi amici me ne hanno confermata l'utilità, allora penso valga la pena di occupare un po' di spazio sul web per offrirle da scaricare o ascoltare.
Ma questo post non vorrebbe essere solo la presentazione di qualche nuovo file. Sono infatti molti gli argomenti e le riflessioni che mi occupano la mente in queste settimane a dire il vero un po' sempre alla rincorsa (ma chi non vive così?) e premono per venire alla luce... magari ancora in uno stadio prematuro, poco "decantato" nel pensiero e nella preghiera.
Provo ad andare per punti, certo per evitare di dilungarmi troppo, ma anche e soprattutto per provare a "filtrare" temi e soggetti.

  • il sorriso. Ero in Pinacoteca, oggi, in attesa della visita dei delegati per l'Expo 2015 (sì, anche l'Ambrosiana è stata uno dei luoghi di Milano mostrati in questi giorni). Una signora varca la soglia, le sorrido e mi viene incontro. Le indico dove si va per la biglietteria, e lei mi dice: "Ah, ma lei è un prete. Ecco perché può sorridere alle persone!". Ribatto: "Non mi sembra che sorridere sia una esclusiva dei preti..."; "E invece sì: gli altri non lo fanno". Mi ha lasciato un po' perplesso: cosa avrà mai voluto dire? Ad essere sincero, non ho mai pensato che il mio sorriso valga granché; anzi: sovente mi è stato rimproverato di essere un po' troppo arcigno o imbronciato. Tranne che in un'occasione ricorrente: quando celebro la Messa. Lì cerco di sorridere il più possibile, soprattutto quando distribuisco l'Eucaristia. A molti, vedo, questo pare strano; forse qualcuno pensa anche che sorridere sia poco consono alla sacralità del gesto. Eppure, nulla e nessuno mi possono convincere che Gesù stesso non sia lieto di entrare in comunione con le persone che lo cercano. E quindi anche un prete non dovrebbe essere altro che contento nel vedere donne e uomini che si accostano al Signore, ben sapendo che qualche volta è già un miracolo che lo credano davvero lì, nonostante che la sua (del prete) umanità sovente faccia da schermo (speriamo non da muro!) alla Presenza...
  • Giornata per la Vita. Non molti giorni fa, la confidenza di un'amica che sta iniziando i terzo mese di gravidanza mi ha allargato il cuore. Mi ha raccontato, dopo una ecografia di routine, l'esperienza di vedere questo bimbo ancora piccolissimo (3 cm, mi ha detto) che muoveva braccia e gambe, che si scostava davanti all'ecografo, che mostrava di interagire con il corpo della madre... e la percezione chiarissima di essere davanti a una persona della quale subito ti senti responsabile, nei confronti della quale immediatamente si crea un legame per la vita. Molte altre volte ho raccolto simili confidenze, così come in altre occasioni quelle - assai più dolorose - in occasione di aborti spontanei, quando anche se le settimane sono poche, la certezza di aver perso un figlio è dolorosamente, pienamente consapevole. E quale importanza ha - in queste situazioni - che il dolore si possa condividere, che il lutto sia vissuto dai due genitori, nella certezza che, in un modo misterioso ma realissimo, la vita di quel figlio non nato è custodita e preservata dall'abbraccio di Dio. E che quel figlio non nato è comunque consapevole di essere stato chiamato alla vita e grato per chi lo ha desiderato. Questo ci dice la fede. Questo, paradossalmente, è il percorso di guarigione e di conversione che si apre anche per chi l'abbia volontariamente interrotta, l'attesa di un figlio. Solo l'aprirsi alla buona notizia che perfino quella vita non nata è protetta e chiamata alla comunione con Cristo - e quindi anche al perdono nei confronti di quelli che rimangono i suoi genitori - può permettere di ritrovarsi, in un abbraccio misericordioso, liberati dal rimorso o dalla rimozione che devasta l'interiorità di una persona. E sia detto chiaro: quanto spesso la responsabilità maggiore è dell'uomo, che fugge o lascia sola a decidere - che tragica caricatura di un preteso rispetto della libertà altrui! - la donna, rischiando così di essere doppiamente omicida...
  • Gioia/Beatitudine. Quest'oggi il Vangelo domenicale è quello delle Beatitudini (Mt 5). Viene considerato quasi il "discorso programmatico" di Cristo. Una constatazione folgorante: "Beati" significa "felici", "pienamente lieti". E' la prima e più importante qualifica che Cristo riserva per i suoi amici, l'aggettivo che denota quanti riconoscono di essere dei poveri ma ricolmati di doni gratuiti da parte del Padre. Come a dire: a Dio interessa innanzitutto la felicità dei suoi figli. Questo è il cuore dell'annuncio cristiano. Ma ce ne siamo accorti? Onestamente, se penso a tanti volti che vedo a Messa, ovunque la celebri, non sempre si direbbe!
Si è fatto tardi... buona vita a chi leggerà queste note.

Ed ecco qui dove cliccare per aprire la cartella con gli ultimi files audio delle omelie



Buon cammino!