una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

13 aprile 2007

Prima settimana di Pasqua: novità?

Mi trovo a riflettere, un venerdì sera di aprile, sul fatto che è già passata quasi una settimana da Pasqua: otto giorni fa eravamo nel pieno del venerdì santo, davanti alla scena della Crocifissione di cui ho scritto due post fa.
Mi chiedo: è
avvenuta la Pasqua, anche per te, prete?

Posso essere sincero? Penso di sì... e non per merito mio, intendiamoci.

E' avvenuta, la Pasqua!
- Nella voglia di superare insieme un serio momento di fatica da parte di due amici...
- Nella gioia del pranzo presso una famiglia non italiana e di confessione diversa dalla mia, dove ho sperimentato una accoglienza vera e profonda, un desiderio di condividere l'umanità comune e di andare oltre le differenze di accento nella fede...
- Nello stupore per la bellezza e la tenacia del cammino di fede di alcune persone che ho incontrato in confessionale (già, proprio lì!!!), e davanti alle quali mi sono accorto di quanto piccola sia la mia, di fede...
- Nell'essere venuto a conoscenza della storia straordinaria di una donna che conoscevo, e di cui ho appreso che è tornata alla casa del Padre...
- Nella disponibilità a condividere - anche con tutti i dubbi, le domande, i timori del caso... - la propria vicenda da parte di una coppia di amici che ha purtroppo visto interrompersi la loro attesa di un bimbo...

Tutti, proprio tutti questi (e molti altri ve ne sarebbero!) sono eventi pasquali.
Perché portano con sé - benché a volte tra mille fatiche, lo ripeto! - due semi preziosi e inspiegabili altrimenti che con la fede in Gesù Cristo: l'intuizione, nonostante tutte le apparenze contrarie, che Dio stia dalla parte della Vita, e la convinzione che ha senso condividere la vita, i pensieri, le fatiche e le gioie anche con chi non è legato a te da altro che la medesima fiducia.

"Troppo poco!" potrebbe dire qualcuno.
Troppo poco? E ti sembrano poco la vita e la speranza?
E ti sembra strano che la fede cristiana stia innanzitutto nel credere che ciò che è profondamente umano, proprio questo è non solo creato, ma soprattutto
condiviso da Dio?


Ho sentito stasera, un po' per sbaglio, un po' no... una mezz'oretta di Radio Radicale, con le solite accuse e mistificazioni sulla Chiesa, sul Vaticano...

Che tristezza!!!
Ma cosa conoscono davvero della fede queste persone?
E soprattutto: quando c'è la buona fede, perché sono arrivate ad essere così ferocemente "contro"? O a ritenere che per "salvare" Gesù Cristo lo si debba necessariamente separare dai credenti in Lui?

Sono domande serie, mi sembra.

Però vorrei in chiusura, sommessamente ma seriamente, dire una cosa.
Non mi sento, non sono lontano dalla vita delle persone: prendo il treno alle 6.55 del mattino per andare a Milano a lavorare; uso la pausa pranzo, spesso, per infilare commissioni o per vedere persone che altrimenti non incontrerei per mancanza di tempo; mi pongo mille domande all'incontro con il decimo mendicante o venditore di strada...
Eppure, insieme a tutto ciò, sono contento di essere pienamente parte della Chiesa. Una Chiesa che sa bene di essere ben altro che perfetta, ma che nello stesso tempo non è fatta di persone che hanno rinunciato a pensare - come taluni scrivono e dicono - o per lo meno non in percentuale superiore ad altre forme di aggregazione umana...

E, anzi, oso dire che la frase di papa Giovanni (La Chiesa è maestra in umanità) non sia una presa in giro, e neppure si possa applicare solo ai cosiddetti "preti di strada"...

E' presunzione, questa? E' conculcare i diritti altrui? E' essere integralisti?
Solo perché si fa quotidianamente esperienza di un Bene che ti supera?
Speriamo di no...!!!

08 aprile 2007

Il dono di Pasqua: non solo la Vita, ma la "Vita-con"

Pasqua di Resurrezione

1. Caro fratello, cara sorella, non ti stupire! Non ti stupire se sei qui in chiesa, oggi, dopo tanto tempo dall'ultima volta e ti sembra di stare in un luogo che ti rimane abbastanza estraneo, che ti mette addosso un po' di disagio. Non ti stupire se le parole che ascolti ti scivolano addosso senza toccarti, o ti parlano di nomi, luoghi e realtà che non ti dicono niente o suonano lontani e distanti dalla tua vita. Non ti stupire neppure se sei, invece, tra quelli che vengono spesso in questo luogo, e ti chiedi come mai ti suoni così strano e incomprensibile l'invito ad una gioia di cui fai fatica a comprendere il senso, perché nella tua religione, nella tua fede, hai trovato di tutto: doveri, obblighi, prescrizioni, minacce, timori, rimproveri... ma la gioia, quella proprio no!


2. Oggi in Chiesa senti parlare di un Risorto, di un uomo crocifisso che è tornato in vita, ma questo annuncio – ad essere proprio sinceri – non riesce a suscitarti dentro una vera gioia: ti sembra di rivivere un po' la situazione che si crea quando si va al funerale di un lontano parente, a cui si va perché si deve, perché non si può mancare; ma potrebbe anche essere un matrimonio o una riunione di famiglia, e non cambierebbe poi molto: ci si va solo perché si deve, e inevitabilmente si finisce per annoiarsi, oppure ci si mette a spettegolare, a dare giudizi sui presenti e a dire parole vuote, e poco importa – alla fine – se si critica il nero di una vedova o il bianco di una sposa: è triste, ma spesso ci accorgiamo che tanto la vita quanto la morte possono esserci estranee e lontane, quando toccano qualcuno con cui non c'è legame...


3. Forse, in fondo, è inevitabile che sia così, e che sia così oggi: di Gesù, come di un lontanissimo parente, forse conosci davvero poco; e quel poco, forse, non sono nemmeno le cose più belle e importanti di lui, perché non ti scaldano il cuore; e non ti muove alla gioia l'annuncio della sua vita, come l'altro ieri, venerdì, non ti ha mosso a un dolore vero l'annuncio della sua morte.


4. Ma tu, poi, conosci davvero il dolore? Conosci davvero la gioia? Quelli veri, s'intende. Il dolore che tocca nel profondo, che ti fa chiedere “Perché?”, che ti fa cercare qualcuno che dica una risposta, che non ti da pace fino a che non l'hai trovata. Forse lo conosci, ma solo per poco. Un dolore acuto e violento, ma che ben presto diventa quel dolore da cui puoi o riesci a prendere le distanze, che a un certo punto ti pone al bivio tra il cinismo e la rassegnazione... Forse conosci meglio quel dolore – ma si può davvero chiamare dolore? – che viene da una ferita del tuo orgoglio, quel dolore di cui sai bene che troppo facilmente si trasforma in rabbia e insofferenza, e capisci che è troppo futile e banale per accostarlo al Signore Gesù: anzi, che è proprio il contrario di tutto ciò per cui è vissuto, morto e risorto il Signore Gesù.


5. Forse il dolore che meglio conosci assomiglia a quello di Maria di Magdala, di cui ci ha appena parlato il vangelo. Aveva sofferto molto per la morte di Gesù: era stata una delle poche persone che avevano avuto il coraggio di restare sotto la Croce, spinta da un amore che aveva reso ancora più straziante il suo dolore. E sempre spinta dal dolore era andata, quella mattina al sepolcro: per poter almeno continuare a piangere, per riversare nelle lacrime tutta la forza di un amore ormai impossibile, che poteva sopravvivere solo nella forma della rassegnazione e della cura per un monumento, un cadavere, insomma, un pallido ricordo della persona che aveva molto amato. E il suo pianto angosciato e affannoso nel momento in cui trova la tomba aperta e vuota ci dice quanto ormai fosse incamminata sulla via di considerare quella tomba, ormai, il luogo di un dolore mitigato dalla rassegnazione: una pallida caricatura dell'amore che aveva provato per Gesù. Forse è davvero così che spesso viviamo anche noi: possiamo vivere una sofferenza acuta, ma ben presto cerchiamo delle strade di rassegnazione e di sopravvivenza, e ci accontentiamo così, quasi vergognandoci di aver osato sperare in qualcosa di eterno e invincibile, riducendo le nostre attese.


6. Ma Pasqua, per la Maddalena, fu proprio scoprire che Dio non vuole che ci accontentiamo. Che non accetta di essere ridotto a guardiano di un cimitero o – peggio – di diventare, nelle nostre idee, colui che ci ruba i desideri più grandi. Anzi: Dio fu per la Maddalena Colui che moltiplicò a dismisura le sue attese, facendole sperimentare una gioia al di là di ogni immaginazione, capace di rompere ogni trama di pensiero e ogni aspettativa ragionevole: non una tomba, ma un Vivente, e un Vivente che non muore mai, perché ha attraversato le acque e gli abissi della morte, uscendone vivo e glorioso. Una gioia inimmaginabile, per un rapporto nuovo e inedito.


7. E tu la conosci la gioia della Maddalena? la gioia vera, la conosci? Quella gioia che non è solo un momento di esaltazione, di euforia, che funziona solo perché dimentichi tutto il resto, e che sparisce facilmente, come quando alla domenica pomeriggio sei già stizzito e irascibile, perché ti viene in mente il lavoro del lunedì. No, la gioia vera è quella che ti fa scoprire che cielo e terra si possono davvero toccare, che ti fa sperimentare qualcosa che nemmeno osavi sperare, che ti fa vedere meno difficile anche la routine quotidiana, perché le inattese possibilità di bene che hai conosciuto ti cambiano lo sguardo. E subito ti fanno cercare qualcuno con cui condividere questa gioia.


8. Ecco, forse sta proprio qui il segreto della Pasqua, quello che permette di capire la gioia pasquale. Sta in una parolina di tre lettere: “CON”. Pasqua infatti è CON-DIVIDERE, COM-PATIRE, CON-SENTIRE. In altre parole: stare accanto alla vita di Gesù per scoprire quanto è CON-SONANTE con la mia. Scoprire che la resurrezione per Gesù non è stata un fatto privato, come la sua stessa vita e morte non sono state un fatto privato. Se Gesù risorge e si manifesta a Maddalena, alle donne, ai Dodici, ai testimoni enumerati da Paolo (cf. 1 Cor 15), è perché la sua vittoria sulla morte è un dono da condividere, da non tenere per sé, ma da offrire per moltiplicare l'esultanza, per rendere la gioia capace di abitare sempre più la terra, per far conoscere a molti il volto del Padre della Vita e dello Spirito datore di Vita che rifulgono nel Figlio. È proprio questo che ci manca più di ogni altra cosa: il desiderio di essere-con, di credere che davvero si possa essere migliori, stare meglio, tirare su meglio i nostri figli uscendo dall'individualismo e con-dividendo la vita, il desiderio del bene. Credendo che anche un briciolo di gioia può moltiplicarsi se non lo tengo gelosamente solo per me. Questo è il cuore della Pasqua: la scelta della vita-con, della felicità-con.


9. Ma attenzione: per essere vero questo “con”, questo desiderio di condivisione non può essere solo una cosa “tra noi”, tra noi uomini... Se al condividere non ci crediamo più, è proprio perché siamo stati delusi. E siamo diventati diffidenti, paurosi, duri. Preferiamo una mediocrità senza amore. Preferiamo stabilire rigidi paletti. E lasciare inevitabilmente qualcuno fuori, ai margini. Qualcuno che poi ci farà paura, perché siamo convinti che nel suo “essere-senza” - senza beni, senza gioia, senza condivisione, senza dignità, senza possibilità di sperare – il diseredato, il povero, il marginale, aspetta solo l'occasione di rovesciare le parti. E continuare così – a parti invertite – la spirale della diffidenza e della paura, vera ragione di ogni violenza e oppressione. Perché noi faremmo proprio così. Anzi, facciamo così. Perché sappiamo tutti che il nostro benessere non si basa solo sulla nostra voglia di lavorare, sulle nostre capacità; ma riposa almeno altrettanto sul fatto che qualcuno per noi pensa a tenere ben chiusi i chiavistelli di accesso al nostro mondo.


10. Ecco perché prima della Pasqua ci deve necessariamente essere il Venerdì Santo. Ecco perché può capire la gioia della Pasqua solo chi ha conosciuto il dolore del Venerdì Santo. Perché condividere la gioia è possibile solo a chi ha imparato a stare sotto la Croce. Solo sotto la Croce si può imparare una condivisione del dolore e della sofferenza che non cede alla rabbia e alla vendetta. Si può imparare da Gesù che possono convivere la condivisione del dolore di tutti gli oppressi e la pietà per la paura atroce che attanaglia tutti gli oppressori, anche quelli che sembrano fatti di pietra e di acciaio. E per imparare da Gesù che compassione e perdono sono necessarie tanto agli uni quanto agli altri. Solo chi è stato sotto la Croce può gioire a Pasqua. Perché la gioia di Pasqua è gioia che non accetta confini. Che non vuole escludere nessuno, che non può escludere nessuno. E non per il sogno un po' ingenuo di un momento. Ma per la certezza che Dio Padre ha sciolto dalle angosce della morte quel Figlio che per primo e da solo non solo ha condiviso la sofferenza di ogni oppresso, ma ha anche compatito e compreso la paura tremenda di ogni oppressore. È per questo, infatti, che Gesù ha detto sulla Croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. “Non sanno che la loro violenza è cieca perché nasce dalla paura. Non sanno che se mi vedono come un nemico è perché hanno paura di lasciarsi amare nonostante i loro limiti e le loro cattiverie. Non sanno che la loro pretesa di esercitare e mantenere un potere uccidendomi, uccidendo me come hanno ucciso altri, è solo aumentare, insieme al male e alla violenza, la paura di quello che potrà succedere quando qualcuno si vendicherà di loro...”


11. Forse per molti di noi, oggi, la gioia, questa gioia, è solo una nostalgia. La nostalgia di una condivisione di cui sappiamo di non essere capaci. E magari solo per un attimo ci lasciamo prendere dal desiderio di una vita aperta a questa gioia: una vita libera dalla paura, capace di condividere e di aprirsi, desiderosa di partecipare della ricchezza che è ogni persona superando le piccole liti di cortile, la diffidenza furbesca di chi teme sempre la fregatura, lo sguardo cattivo di chi vede ogni estraneo come un concorrente... ma anche la delusione angosciata di chi si vede incapace di lasciare qualcosa di buono ai figli, di chi si accorge di essersi rotto la schiena per nulla, o – peggio – per seminare litigi e zizzania dopo di sé...


12. Sarebbe già tanto, davvero, se oggi lasciassimo spazio alla nostalgia della gioia. Se dalla messa pasquale uscissimo con il desiderio di continuare a chiedere a Gesù cosa è la sua vita, la sua risurrezione, la gioia della Pasqua. Se nelle nostre preghiere chiedessimo non tanto di essere compresi, amati, rispettati, sostenuti, ascoltati, ma piuttosto di imparare a capire, amare, rispettare, sostenere, ascoltare, e magari una moglie, un marito, dei figli, dei suoceri che spesso vediamo come nemici. Sarebbe già tanto! Vorrebbe dire che non diciamo più, della buona notizia di Gesù risorto e dei nostri desideri di bene, “E' pura follia”; “E' una debolezza momentanea”; “E' una cosa che non mi tocca”.

Allora non disperare, fratello, sorella che fai fatica a gioire, a capire la gioia della Pasqua. Non farti prendere dal desiderio di tornare ai tuoi soliti pensieri, pensando che queste parole non facciano per te. Fermati davanti alla tomba vuota di Gesù: da oggi puoi non accontentarti solo di un rimasuglio di religione e di tradizione. Puoi metterti a cercare un Dio che non è solo il garante dei divieti e delle regole da seguire, ma il datore della Vita e della Gioia. Cerca, pretendi, desidera che avvenga l'incontro con il Cristo risorto. Inizia ora il tuo cammino alla scoperta del Dio Vivente. E vedrai che l'anno prossimo – o forse ancora prima – per te sarà davvero tutta un'altra Pasqua!

06 aprile 2007

La banalità del male e la straordinarietà dell'Amore crocifisso

1. È difficile prendere la parola in questo momento, dopo la lettura della morte di Gesù in Croce. Sembra che quel buio caduto su tutta la terra cada ora anche sui nostri pensieri e sulle nostre menti. Bastano pochi istanti di silenzio, nel momento in cui si racconta la morte del Crocifisso, e scopriamo che dentro di noi si scatena un chiasso assordante di pensieri: c'è la compassione per Gesù, ma c'è anche come una ribellione per l'ingiustizia che gli è capitata.


2. E poi ci accorgiamo che facilmente, dalle sofferenze di Gesù la mente passa alle nostre sofferenze, alle ingiustizie che noi subiamo o abbiamo subito... e così ci sentiamo dentro un misto di sconforto, di paura, di ribellione e perfino di sospetto: “Ma perché Dio permette queste cose? Perché il Padre non è intervenuto per togliere Gesù dalla Croce? E perché non viene a togliere noi dalle nostre croci, e i poveri Cristi di tutto il mondo dalle loro Croci?"


3. Chissà quante volte abbiamo pensato queste cose davanti alla Croce. Chissà quanti Venerdì Santi passati trovandoci queste domande nel cuore...

Ma insieme a queste domande, ci siamo forse trovati dentro la sensazione che stavamo perdendo il contatto con Gesù. Che ci sentivamo ancora più tristi e più soli.

Che cosa strana!

Nonostante tutto, la Croce di Gesù ci attira: ci sono sempre più persone in Chiesa al Venerdì Santo, che non al Giovedì Santo o alla Domenica di Pasqua. Ci viene spontaneo sentirci molto vicini al Signore in Croce, forse perfino ci viene facile paragonare noi stessi a dei “poveri Cristi”...

Però, nello stesso tempo, ci accorgiamo che la vicinanza rischia di fermarsi qua. Perché se passiamo alla recriminazione, alla rabbia, alla rivendicazione, al sospetto... ci accorgiamo che qui Gesù non ci segue. Che – meglio – noi non stiamo più seguendo Lui, ma prendiamo un'altra strada, da soli, che ci porta nel vicolo cieco della rabbia, sorda e muta.


4. Per questo esiste la Via Crucis: per insegnarci a fare tutta la strada con Gesù, senza cercare deviazioni o scorciatoie.

Perché, vedete, per non trovarci soli, dobbiamo un momento mettere un freno ai nostri pensieri. Non dobbiamo buttarli via, intendiamoci! Solo metterli un attimo da parte, per cercare di cogliere i sentimenti di Gesù, quello che Gesù ha vissuto durante la sua Passione. Perché solo Lui può mostrarci una strada per uscire dalle nostre domande e dai nostri dubbi. Ecco allora la domanda che facciamo agli evangelisti: “Cosa ha vissuto Gesù nella Passione?”


5. Ieri sera abbiamo ascoltato la prima parte del racconto evangelico. Gesù ha vissuto innanzitutto la solitudine. Nell'orto degli Ulivi, Gesù ha vissuto la solitudine tremenda di chi non trova ascolto dagli amici, di chi ha dentro di sé tristezza e angoscia, ma vede che gli altri non sanno capirlo, ascoltarlo...

E questa solitudine interiore, poi, è diventata anche concretissima: “tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”, dice Matteo.

Chi di noi ha provato a star male per il voltafaccia di un amico, che ti fa nascere dentro la domanda se non hai sbagliato tutto a puntare su di lui, che ti fa chiedere quanto in realtà gli altri ti stimino... può immaginare la sofferenza di Gesù in quel momento. Ma i discepoli non l'hanno capita: capivano solo la paura di essere anche loro arrestati, capivano solo l'istinto di salvare la pelle in qualche modo... nemmeno pensavano alla sofferenza di Gesù.


6. Poi, alla solitudine si è sostituita la brutalità, il maltrattamento gratuito e immotivato, subìto da parte di chi nemmeno conosceva Gesù, ma lo disprezzava perché era abituato ad andare a prelevare i malfattori, la feccia del mondo, e da tempo aveva rinunciato a chiedersi ogni volta chi aveva davanti. Ora come allora, chi fa quel mestiere sa che, nel dubbio, è meglio essere brutali e violenti, perché così l'arrestato se ne sta più tranquillo e tutto fila più liscio e con meno rischi. Per sé, naturalmente. E Gesù proprio così è stato trattato. Che fosse colpevole o no, questo contava poco. Se avesse provato a spiegarsi, ne avrebbe soltanto prese di più.


7. Anche davanti al Sinedrio, ai Sommi Sacerdoti, scribi, farisei e anziani, Gesù tace. L'unica volta che dice qualcosa, viene preso a sberle. Capisce subito che lì parlare non serve: nessuno vuole capire, ascoltarlo, chiarire le cose. Ogni parola di Gesù viene travisata, rovesciata, interpretata al contrario e maliziosamente, per aggiungere accusa ad accusa.

E tutti noi conosciamo il senso di angoscia che ci prende quando qualcuno fa di tutto per non capirci, quando non ci è possibile nemmeno provare a far intendere le nostre ragioni...

Con Pilato, poi, le cose non vanno affatto meglio. Basta poco a Gesù per capire che a Pilato non interessava affatto cercare la verità. Questo uomo cinico, indurito, “con il pelo sullo stomaco”, per essere arrivato fino al posto di governatore, ha un solo desiderio: mantenere e, se possibile, accrescere il suo potere limitando i fastidi al minimo. In fondo – pensa – è già tanto che me ne stia in questa provincia periferica e lontana da Roma, piena di straccioni e di fanatici.

Non ha niente di personale contro Gesù, Pilato. Semplicemente, non vuole né può permettersi che qualcuno gli dia qualche problema o fastidio che lo mettano in cattiva luce a Roma. E allora Gesù prova anche questo sulla sua pelle: essere considerato semplicemente un problema, un impiccio di cui disfarsi.


8. Ma non è ancora tutto. Un'altra umiliazione attende Gesù: quando Barabba viene liberato al posto suo. Era “famoso” Barabba. Benché fosse un assassino, la folla lo ammirava: era un uomo forte, sprezzante dell'autorità e delle leggi, un vero duro... un “eroe negativo”, diremmo oggi, ma pur sempre un eroe per la gente. E la folla non ci ha messo molto a scegliere, in una sorta di squallido televoto o gioco della nomination, dove non importa se si tratta della vita di un uomo buono, che non aveva mai fatto male a nessuno. Prevale il lato più oscuro della gente, quello che fa ammirare la trasgressione e la sfrontatezza, la sfida... e invece prende in giro la mitezza, la bontà, la limpidezza di cuore.


9. E così Gesù inizia la sua via Crucis. Ormai è un “dead man walking”. Di lui possono fare quello che vogliono. Tutti. Soprattutto quelli che hanno un po' di potere, e vogliono farne uso: hanno inghiottito tanti rospi nella vita, e non gli pare vero di avere qualcuno con cui finalmente prendersela. E allora Gesù diventa oggetto di sputi, schiaffi, derisioni, pugni, calci... che non hanno nessun motivo, se non la rabbia e la stupidità di quelli che vogliono semplicemente “sfogarsi”, non importa con chi e contro chi.

E capiamo bene cosa significa questo, perché anche ai nostri giorni succede: fuori da uno stadio, in coda a un semaforo, durante una retata della polizia, nei paraggi di una stazione ferroviaria o in una via poco illuminata. Una violenza cieca e feroce, che però sembra non avere una causa, e per questo fa più paura...


10. Cosa manca, ancora, all'elenco delle sofferenze di Cristo? Ancora una cosa. Lo scherno, la derisione, la presa in giro e la messa in dubbio di ciò che Gesù aveva di più prezioso: l'amore per il Padre, la fede in Dio Padre. Neanche su questo aspetto lo lasciano in pace. Anzi: insinuano continuamente, mentre Gesù è appeso alla croce, che Dio non è per lui Padre, che Dio lo disprezza, anzi: lo condanna. Gli dicono che è inutile per lui pregare, che la sua fiducia è immotivata.

Nessuno si chiede se Gesù sia sincero nella sua fede. Nessuno ha compassione, tanto da lasciarlo almeno pregare in pace negli ultimi momenti di via. “Dio non ti ascolta”, gli dicono. “Dio non è quello che pensi. Dio è dalla nostra parte, non dalla tua”, gli gridano.


11. E forse, quelli che deridevano così crudelmente Gesù, per un attimo hanno creduto di aver vinto, di averlo spezzato, schiacciato, messo a tacere: quando l'hanno sentito gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E se ne sono andati, soddisfatti...

Ma si sbagliavano.

Nella loro crudele stupidità, non sono rimasti a sentire il seguito di quelle parole, che sono l'inizio di un Salmo – il Salmo 21 -, che inizia con un grido di aiuto, ma nella seconda parte cambia totalmente tono, affermando che Dio non è stato insensibile ma, al contrario, “non ha disprezzato l'afflizione del misero, ma al suo grido di aiuto lo ha esaudito”, e si conclude con il desiderio di gridare a tutti quello che Dio ha fatto: “Si parlerà del Signore alla generazione che viene... annunzieranno la sua giustizia: Ecco l'opera del Signore”.


12. Sono queste le parole con cui Gesù ha concluso la sua vita! Non parole di disperazione, ma parole di fiducia e di certezza nell'aiuto del Padre. Non un grido di dolore, ma il desiderio di gridare a tutti la sua certezza di essere esaudito.

È a partire da questo grido, tanto forte da scuotere la terra, che il centurione dice: “Davvero costui era il Figlio di Dio.


13. Davanti a queste parole del centurione, davanti a questo modo di morire, da parte di Gesù, tutti noi siamo chiamati a fermarci a riflettere.

Abbiamo ripercorso quello che Gesù ha vissuto nella sua Passione. L'abbiamo fatto molto sommariamente: avremmo potuto dire molte più cose. Anche così, dunque, abbiamo capito che Gesù, nella sua Passione, ha incontrato e subìto tutti i molti modi della capacità che gli uomini hanno di fare del male.

Non possiamo davvero dire che è stato Dio a volere la morte di Gesù. Sono state la stupidità, la violenza, la rabbia, la paura di perdere qualcosa, la voglia di sfogarsi degli uomini a fargli subire ogni tipo di violenza.

E qui, lo capiamo bene, sta il motivo per cui Gesù ci sembra così vicino, il Venerdì Santo. Perché anche noi sappiamo cosa vuol dire ricevere il male.


14. Ma qui si ferma la somiglianza, purtroppo, tra noi e Gesù.

Già, perché noi non ci limitiamo a subire la violenza e il male. Li ricambiamo, e spesso con gli interessi.

Magari non subito, magari non a chi ci ha fatto del male. Spesso cerchiamo qualcuno più debole di noi, su cui sfogarci. A volte la violenza che ricambiamo non è fisica, ma diventa vittimismo, lagna, pressione psicologica, pretese infinite, e magari proprio nei confronti di chi amiamo di più (mogli, mariti, figli e genitori).

E Dio non sfugge a questo triste ripetersi del male: sempre più ci è facile indurirci anche nei suoi confronti, accusandolo di essere Lui il colpevole, o peggio ancora, farne una tremenda e deformata caricatura, accettando di continuare a credere in Lui solo perché pensiamo che alla fine sarà Lui il “castigamatti” che arriverà dove la nostra voglia di vendetta e di rivincita non arrivano.


15. E questo, lo capiamo bene, non è più il Dio di Gesù. Non è il Dio che Gesù ha invocato come Padre, e di cui sapeva di essere Figlio. Proprio qui sta il senso della Croce di Gesù: il Figlio di Dio subisce ogni male pensabile per mostrarci che il male non viene da Dio, ma dalla cattiveria, dalla stupidità e dall'ignoranza degli uomini.

Soprattutto dall'ignoranza: perché – dice san Paolo, - nessuno di loro sapeva che stava crocifiggendo il Figlio di Dio. Solo il centurione lo capì.

Tutti quegli uomini, purtroppo – tremendamente purtroppo - , stavano semplicemente praticando le loro piccole cattiverie, vendette, sfoghi, indifferenze, stupidità, arrabbiature quotidiane. Così simili alle nostre, di cui spesso nemmeno ci accorgiamo.

Ecco perché diciamo che Cristo è morto per i nostri peccati. Perché quelli che lo hanno percosso, deriso, sputato, inchiodato, non erano peggiori di noi. Si nascondevano dietro il “Che ci posso fare io se così va il mondo?”, dietro il “Se l'hanno condannato, ci sarà un motivo...”, dietro il “ma chi sono io per fare l'eroe?”. Si sentivano né peggio, né meglio degli altri. Troppo preoccupati per i propri guai per potersi permettere di guardare la sofferenza di un condannato. Troppo segnati dalla durezza della vita, per credere ancora a un Dio che forse da piccoli avevano conosciuto e che poi li aveva delusi...


16. Ma proprio per questo, la Croce di Gesù è un Dono da adorare, davanti al quale cadere in ginocchio non per la paura, ma per lo stupore e la speranza.

Davanti alle nostre colpe, durezze, ignoranze, Dio non scatena la punizione.

Soffre Lui stesso, ripercorre il cammino di tutti i “poveri Cristi” di questo mondo per mostrare che c'è una risposta diversa dall'odio e dalla vendetta, dal cinismo e dalla ribellione: la fiducia continua, profonda, in un Amore: quello del Padre, più forte di tutto il male del mondo.


17. E ci confortano le sue parole di perdono, ci riavvicinano alla Sua Croce, da cui ci allontaniamo spesso, quando capiamo che nessuno di noi è solo vittima. Che nessuno di noi solo subisce il male, senza mai farlo.

Ma anche così, quando capiamo di essere anche noi, a volte, carnefici e non vittime, Dio, in Cristo, non ci punisce e distrugge, non si vendica, ma ci riaccoglie e perdona.


18. Per questo, nonostante tutte le apparenze, il Venerdì santo non è il giorno del dolore, ma dell'Amore.