una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

31 marzo 2007

La Pasqua si avvicina!

Come si calcola la data della Pasqua? Brevissimo viaggio tra teologia, cronologia e liturgia.

Una domanda di questo tipo a molti potrebbe sembrare strana, se non inutile: sono quelle persone per cui è del tutto scontato che la data della Pasqua si conosca... guardando il calendario! Eppure, già dal modo di dire secondo cui la Pasqua è “alta” o “bassa” intuiamo che la data di questa festa non è – come altre ricorrenze, quali il Natale o l'Assunzione di Maria – sempre “fissa”, ma può variare anche significativamente, pur restando collocata “più o meno” in corrispondenza della stagione primaverile.

Ma, appunto: perché la Pasqua non ha una data fissa? E quali sono, allora, i criteri che si seguono per determinarla anno per anno?

La risposta alla prima domanda ci riporta al centro focale della fede cristiana, ovvero all'avvenimento della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questo evento, come tutti sanno, avvenne infatti nel luogo e nel tempo in cui si celebrava la Pasqua ebraica, e dunque si lega indissolubilmente ad un calendario – quello israelitico – che come molti altri calendari dell'antichità (e non solo) è basato non sull'anno solare – come il nostro attuale e come quello romano riformato da Giulio Cesare – bensì sul mese lunare di 29/30 giorni. Tra l'anno solare di 365 giorni e quello basato sui dodici mesi lunari (di circa 354 giorni), vi è dunque una discrepanza di 11 giorni. Se quindi la Pasqua dei cristiani si colloca in relazione cronologica con la Pasqua ebraica, che ha quale data prescritta il 14 del mese di Nisan, ovvero il giorno del primo plenilunio di primavera (perché il primo giorno di questo mese coincide con la luna nuova, e il 14 giorno del ciclo lunare corrisponde alla luna piena), si tratta innanzitutto di stabilire – ogni anno – a quale mese e giorno del calendario solare questa data corrisponda. Calcolo non facile, dal momento che la differenza tra il ciclo lunare e l'anno solare fa sì che il primo plenilunio di primavera possa cadere tra il 21 marzo e il 18 aprile.

Ma questo primo criterio – che corrisponde sostanzialmente a quello seguito per calcolare la data di Pesach, ovvero la Pasqua ebraica – non basta da solo a rispondere alla domanda di partenza. La Pasqua ebraica, infatti, non è legata a un preciso giorno della settimana, mentre quella cristiana cade sempre in domenica. Anche questo aspetto, però, è frutto di una evoluzione storica: i primi cristiani, infatti, celebrarono innanzitutto la “Pasqua settimanale”, ovvero il giorno commemorativo della resurrezione di Cristo, in quello che per i romani era il “dies solis” (un nome rimasto nella tradizione anglosassone: “Sunday” in inglese e “Sonntag” in tedesco), divenuto per i credenti la “dominica dies”, ovvero il “giorno del Signore”, la nostra “domenica”; solo più tardi (e gli studiosi non sanno con certezza dire quando) si volle stabilire una data annuale in cui – senza smettere di celebrare la “Pasqua settimanale” ogni domenica – si commemorasse più intensamente il mistero della morte e resurrezione di Gesù. Ma ciò avvenne secondo due diverse modalità: sappiamo infatti che, nel secondo secolo d. C., le comunità cristiane dell'Asia Minore celebravano la Pasqua proprio il 14 Nisan, rifacendosi alla cronologia del vangelo di Giovanni, secondo il quale Gesù fu ucciso (cf. Gv 19,14) mentre venivano immolati gli agnelli che sarebbero stati consumati nella cena pasquale; e tale celebrazione, in cui veniva sottolineato soprattutto l'aspetto “sacrificale” della morte di Gesù, considerato il vero agnello pasquale, aveva luogo qualunque fosse il giorno della settimana in cui cadeva il 14 Nisan. Le chiese di Alessandria e Roma – seguite da molte altre chiese occidentali e orientali – celebravano invece la Pasqua sempre e solo in giorno di domenica, richiamandosi allo specifico del giorno “primo dopo il sabato” in cui avvenne la resurrezione di Cristo.

Le due usanze andarono avanti in parallelo per diversi decenni, poiché ambedue potevano ricollegarsi all'antica e originaria tradizione degli apostoli. Vi furono però alcune difficoltà, dovute alla presenza a Roma – città di immigrazione anche ai tempi dell'impero romano – di comunità cristiane composte da immigrati originari dell'Asia Minore, che anche in terra straniera volevano continuare a celebrare la Pasqua secondo le loro usanze: avveniva così che nella medesima città si celebrava la Pasqua in due momenti diversi e con accentuazioni liturgiche e teologiche distinte. Sappiamo che intorno al 150 il vescovo di Smirne (Asia Minore) Policarpo venne a Roma, da papa Aniceto, per un incontro su questo tema: i due non trovarono una soluzione, e ciascuna comunità mantenne le proprie usanze; tuttavia si accolsero reciprocamente nella concelebrazione e si salutarono restando in pace e nella comunione vicendevole. Non così – purtroppo – avvenne verso la fine dello stesso secolo, quando papa Vittore si oppose duramente a Blasto, un presbitero che voleva estendere a tutta la chiesa di Roma l'usanza cosiddetta “quartodecimana” (da “quattuordecim”, che in latino significa “quattordici”): nell'imperversare della polemica, Vittore scrisse una durissima lettera a Policrate, vescovo di Efeso, minacciando di scomunica le chiese dell'Asia Minore, se non avessero abbandonato la loro prassi in favore della Pasqua domenicale. Nella polemica intervenne a fare da paciere anche Ireneo, il famoso vescovo di Lione, che era di origine asiana, e sembra che non si giunse alla rottura della comunione con le chiese asiane, mentre a Roma, Blasto venne considerato eretico.

Un punto fermo fu posto per tutta la Chiesa al Concilio ecumenico di Nicea, celebrato nel 325. L'esigenza di una celebrazione unitaria della Pasqua era fortemente avvertita dai vescovi, e lo stesso Costantino la desiderava, dal momento che l'unione e l'unanimità erano nella sua visione un elemento essenziale per conservare la pace all'impero praticando la giusta modalità di rendere onore a Dio. Si decise così di estendere a tutta la cristianità l'uso alessandrino e romano: la Pasqua deve essere celebrata sempre di domenica, e nella prima domenica che segue la prima luna piena dopo l'equinozio di primavera. Questa decisione, che segnava di fatto la fine della celebrazione quartodecimana della Pasqua, rispecchia la tradizione in vigore fino ad oggi: alcune controversie con le chiese di Siria e Cilicia, prima, e di Irlanda, poi, furono per lo più collegate alle difficoltà di calcolo, che avevano trovato diverse soluzioni per far collimare le fasi lunari con il ciclo solare, ma non ad una opposizione “ideologica” volta a far resuscitare l'uso quartodecimano. È da sottolineare un uso importante del IV secolo, quello delle cosiddette “lettere festali”: i patriarchi di Alessandria, città famosa per la qualità degli studi e la pratica dell'astronomia, avevano ogni anno il compito di inviare alle altre chiese una lettera circolare, nella quale annunciavano la data della Pasqua e, a partire da essa, quella delle altre feste mobili. Queste lettere venivano inviate in concomitanza con l'Epifania, e ancora oggi nell'uso di annunciare la data della Pasqua dopo il Vangelo, il 6 gennaio, possiamo sentire l'eco di questa antichissima usanza.

Tornando alla nostra storia, ci resta da capire come mai – dal momento che a Nicea fu decisa un'unica data per la celebrazione della Pasqua in tutta la Chiesa, allora ancora indivisa – a tutt'oggi questa unità non esiste più, in particolare tra la Chiesa cattolica (insieme alle Chiese della Riforma) e le Chiese Ortodosse o Vetero-Orientali. La ragione, in questo caso, non deriva direttamente dalla comprensione della Pasqua e del suo significato, ma piuttosto dalla differenza di calendario. Nel 325, infatti, il calendario “ufficiale” era quello stabilito da Giulio Cesare (e detto quindi “giuliano”) nel 46 a.C., che, prevedendo un mese bisestile ogni quattro anni, cercava così di armonizzare il ciclo dei giorni con quello della rivoluzione terrestre (anno “tropico”), in modo da mantenere fisse le date principali (equinozi e solstizi). Ma anche con questa correzione l'anno “giuliano” veniva ad essere più lungo di circa 11 minuti, rispetto all'anno tropico: e così, alla fine del XVI secolo, si era accumulato un anticipo di 10 giorni, tale da far iniziare le stagioni ben prima delle date “canoniche” di solstizi ed equinozi. Fu papa Gregorio XIII, nel 1582, a riformare il calendario, sopprimendo i dieci giorni “di troppo” e stabilendo che dal 4 ottobre, per quell'anno, si passasse immediatamente al 15, così da riportare l'equinozio di primavera (essenziale per il computo della Pasqua) al giorno stabilito dal Concilio di Nicea, ovvero al 21 marzo.

Questa riforma, sulla quale ancora oggi noi occidentali ci basiamo per il nostro calendario, non venne però accettata da tutti, e trovò molte opposizioni soprattutto di carattere politico e religioso. In particolare, essa non venne accettata nei Paesi di tradizione ortodossa e vetero-orientale se non – e non in tutti i casi – nel secolo XX per quanto riguarda il calendario civile, mentre per quanto riguarda il calendario ecclesiastico e la data della Pasqua, le Chiese ortodosse ancora oggi seguono il calendario giuliano, il cui divario – che nel 1582 era di 10 giorni – si è ulteriormente ampliato, contando ormai 14 giorni. Per questo motivo, è del tutto eccezionale quanto avverrà nel 2007, quando la Pasqua sarà comune a cattolici e ortodossi, giacché la combinazione tra il ciclo lunare e quello dei due calendari fa sì che unico sia il plenilunio che funge da riferimento per ambedue i calendari, giuliano e gregoriano.

Resta da dire che in alcuni luoghi, soprattutto là dove sono presenti cristiani di diverse tradizioni, in situazioni di minoranza, si è già iniziato a scegliere un'unica data per celebrare la Pasqua; e lo stesso Concilio Vaticano II si occupò del problema, affermando che in linea di principio la Santa Sede non è contraria alla fissazione di una data “fissa” per la Pasqua, purché la scelta sia condivisa da tutte le Chiese cristiane. Cosa che, purtroppo, a tutt'oggi non è ancora stata possibile.

don Francesco Braschi