una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

23 dicembre 2007

Gli auguri per il Natale 2007

Carissime Amiche, Carissimi Amici,
vi offro alcune parole scritte da S. Ambrogio circa 1600 anni fa (ma ancora assai valide!) e un'immagine che mi è molto cara (custodita nella Pinacoteca Ambrosiana, il luogo dove ora abito e lavoro) perché possano essere di aiuto e meditazione in questo Natale.

"Cristo è la gioia,
è lui il bambino partorito
da chi accoglie
nel grembo della propria anima,
lo spirito di salvezza...
Cristo infatti è nato da Maria
in modo da farsi riconoscere da te,
e in modo che tu sappia
che lui è il tuo creatore.
Allora non nutrirlo come un neonato,
ma riconoscilo e adoralo
come Dio vero e perfetto
da Dio vero e perfetto".

Oggi più che mai, Cristo Signore ci chiede di non trattarlo "come un neonato", come una favola per i bimbi... La Sua fragilità di bambino è il modo scelto perché smettiamo di pensare a Dio come a un "forte" come sono i forti della terra; come spesso - purtroppo - vorremmo essere anche noi, soprattutto nei confronti di chi ci fa del male o, semplicemente, ci infastidisce.
L'onnipotenza di Dio sta nel non avere paura di farsi totale impotenza, pur di mostrarsi come uno di cui nessuno possa avere paura. Ma questo significa anche che non abbiamo scuse se lo rifiutiamo o - peggio - se continuiamo a falsificare Dio, parlandone come di qualcuno di cui temere i castighi.
Il castigo più grande - e non ve n'è di peggiore - è il rifiuto di imparare da lui cosa è la vera umanità.
Accogliere lo spirito di salvezza, allora, significa non smettere più di desiderare di essere a sua immagine, avere come anelito quotidiano il diventare strumento e segno di lui, anche solo con una parola, un gesto, un pensiero dei mille che ogni giorno affollano la nostra vita.
E' questo, con affetto, l'augurio che ti faccio.

Che l'umanità di Cristo irraggi su di te come la luce più chiara, così come mostra questo splendido quadro (Vitali Alessandro, Presepe, Replica da Federico Barocci, inizio XVII secolo - © Veneranda Biblioteca Ambrosiana)




25 novembre 2007

Da Seveso a Milano: un blog all'ombra della Madonnina


Dopo un lungo, lunghissimo silenzio "bloggistico" - per il quale vi assicuro che un po' in colpa mi sentivo... - eccomi finalmente a riprendere il filo del dialogo con tante amiche e tanti amici che hanno continuato anche in queste settimane a tenersi in contatto con me tramite queste pagine.
In realtà, di cose da scrivere ne avrei avute tantissime, ma il tempo è sempre mancato, a causa di un frenetico susseguirsi di avvenimenti.
Ma andiamo con ordine.
Il primo novembre scorso il Cardinale Arcivescovo di Milano - Dionigi Tettamanzi - ha confermato la mia nomina a Dottore incaricato della Biblioteca Ambrosiana.
Questo significa che la mia attività principale non è più quella di Docente in Seminario (come è stato negli ultimi undici anni) ma quella svolta presso l'Ambrosiana: un'attività di studio, di accoglienza e accompagnamento degli studiosi, ma soprattutto un'esperienza di amicizia e collaborazione con altri preti, insieme ai quali condivido la passione per la ricerca e il desiderio di rendere vivo e possibile il sogno di Federico Borromeo (che 400 anni fa fondò la Biblioteca Ambrosiana): creare un luogo di incontro tra le persone e le culture, dove ognuno potesse trovare le condizioni ideali per nutrirsi del Vero e del Bene.
Molto altro si potrebbe scrivere dell'Ambrosiana, ma verrà a poco a poco.
Ora mi preme dire che il passaggio in Ambrosiana comporta anche il trasloco a Milano, nel centro più centro, là dove si incontravano le due strade principali dell'antica città di epoca romana: la Mediolanum di Costantino, di Teodosio, di Ambrogio... Un luogo stupendo di memorie , nel quale ancora mi sto trasferendo, a poco a poco.


Resta comunque la gioia del "ritorno" a Milano, una città che amo profondamente e nella quale custodisco molti rapporti di amicizia sincera. Resta anche la convinzione che l'incontro con le persone sia un valore ancor più fondamentale, l'unico che da senso alla custodia della cultura e al suo sviluppo.

Come vedete, ce n'è abbastanza - credo - per spiegare - se non giustificare - il silenzio degli ultimi due mesi...

Vi lascio - per ora - con un paio di foto del retro della mia nuova casa: l'ingresso "storico" della Biblioteca Ambrosiana e la facciata della Chiesa del S. Sepolcro.

A presto!
E... ricordiamoci che siamo sempre per strada, come gente in cammino!

09 agosto 2007

Ma chi l'ha detto che in Inghilterra piove sempre?

La domanda del titolo, credetemi, non è peregrina! E' vero, in Gran Bretagna ci sono state grandi piogge nelle settimane passate; a Oxford, poi, addirittura delle inondazioni causate dallo straripamento del Tamigi (e anche la casa dove mi trovo ha rischiato di essere alluvionata, perché si trova a tre metri dalla riva di un canale affluente al Tamigi)... ma mi credete se vi dico che dal mio arrivo nel Regno Unito, sabato 4, non ho ancora visto una goccia d'acqua?!?!
Anche quattro anni fa mi accadde la stessa cosa... che sia colpa mia?

Al di là degli scherzi, vi aggiorno sul mio periodo oxfordiano. Si conclude domani - venerdì - la quindicesima International Patristic Conference. Record di partecipanti: più di 700, da tutto il mondo. L'organizzazione a volte fa un po' acqua: aule troppo piccole, luoghi in cui si svolgono le relazioni troppo distanti tra loro... ma bisogna riconoscere che non è facile gestire una simile massa di persone. I temi sono stati decisamente interessanti, e hanno spaziato in tutti gli ambiti della patristica e della storia della Chiesa antica. Ho potuto ascoltare molte relazioni, e in parecchi casi so che dovrò aggiornare il corso che tengo a Milano, alla luce di nuove acquisizioni e scoperte. Molto bella anche la possibilità di riprendere contatti e stringerne di nuovi, per favorire il lavoro di ricerca e - possibilmente - fare strada a qualche giovane e promettente studioso. Se il nome di Milano e la menzione della Biblioteca Ambrosiana suscitano normalmente una reazione positiva e interessata, bisogna anche dire che spesso ho notato - soprattutto nei giovani studiosi di ambito anglosassone - una diffusa scarsa conoscenza della cultura cristiana e teologica in senso stretto, cosa che porta a non comprendere, poi, il singolo scrittore o la singola questione che si sta studiando...
E purtroppo si nota che la produzione letteraria e scientifica italiana è sempre meno conosciuta: ed è significativo che mentre molti italiani si sono sforzati di proporre le loro relazioni in inglese, quasi mai capita di trovare stranieri disposti a fare la stessa cosa...

Altra nota un po' stonata è la difficoltà - per i giovani studiosi italiani - ad avere finanziamenti che permettano di partecipare a questi eventi, che restano importantissimi per "aprire la mente" ed entrare in contatto con la comunità scientifica internazionale.
Ma torniamo a me. Martedì ho tenuto la mia relazione, di venti minuti. Un po' di tensione (era la prima volta che parlavo in inglese in ambito accademico) e la paura - a un certo punto - di dover fare in fretta perché il tempo passava inesorabile e io avevo molto ancora da leggere. La pronuncia ne ha un po' risentito, e forse avrei potuto fare meglio... Comunque l'accoglienza è stata ottima e non ho notato ascoltatori piombati nel sonno o con lo sguardo vuoto... segno che comunque il discorso interessava ed era abbastanza intelligibile. Per la curiosità di quanti fossero interessati, metto la foto del convegno.


A presto, connessione permettendo!

05 agosto 2007

Diario di viaggio... in diretta (o quasi) da Londra


Dopo che la giornata di sabato è stata dedicata al viaggio verso l'Inghilterra (e la Ryanair si è confermata una compagnia aerea di prim'ordine, a prezzi assolutamente concorrenziali: ho speso meno per andare a Londra di quanto avrei speso per fare Milano-Roma con l'Eurostar...) e alla sistemazione, una prima graditissima sorpresa: il bed-and-breakfast che avevo prenotato via internet si è rivelato una confortevole stanza singola in una villetta a schiera in un quartiere tranquillo di Oxfod, a meno di dieci minuti a piedi dal centro. La famiglia ospitante è gentile e premurosa, e (meraviglia delle meraviglie) dispone di un accesso internet con Wi-fi incorporato, che mi permette di essere comodamente connesso con il mio portatile. Non avrei potuto desiderare di più!
Posso così restare in contatto via mail e comunicare con gli amici anche tramite il blog.
Domani inizia il congresso internazionale di Patristica a cui partecipo e nel quale anch'io, martedì mattina, dovrò tenere una "short communication" riguardante l'esegesi dei Salmi in sant'Ambrogio.
Quest'oggi, la giornata è stata segnata da una lunga escursione a Londra e, all'interno di questa, dall'Eucaristia concelebrata a Westminster Cathedral, la più importante chiesa Cattolica di Inghilterra. Ho concelebrato la messa di mezzogiorno, che era assai affollata. La celebrazione è molto curata: una salmista cantava e guidava i canti, un gruppo di ministranti (ragazzi e ragazze) serviva all'altare, e la Comunione è stata distribuita, oltre che dai Celebranti, anche da alcuni laici e laiche ministri dell'Eucaristia. Un'impressione generale di grande compostezza e partecipazione, unita allo "spettacolo" di un'assemblea multicolore, nella quale erano rappresentate moltissime nazionalità. Davvero un modo di sentire la "cattolicità" della Chiesa, dove però si notava un grande senso di accoglienza e di apertura. Al termine della celebrazione, il celebrante è uscito dall'ingresso principale e si è fermato sul sagrato a salutare i fedeli che uscivano dalla chiesa: un gesto semplice ma bello, che purtroppo non riesce a imporsi da noi...
Chiudo questa breve nota con una foto presa dal terrazzo delle Tate Modern Gallery: un bellissimo museo di arte contemporanea ricavato da una vecchia centrale elettrica, la cui visita è in gran parte gratuita e che è allestito splendidamente. Sullo sfondo si vede la Cattedrale di St. Paul.

03 agosto 2007

.... In partenza, ma non ancora per le vacanze... :-(

Care amiche e cari amici di blog,
interrompo
per un po' la proposta dei files con le omelie, perché sono in partenza per Oxford, dove sarò impegnato in un congresso relativo alla materia di cui sono insegnante, ovvero la Patristica. E infatti proprio sui Padri della Chiesa si terrà dal 6 all'11 agosto un incontro internazionale di studiosi, che vedrà circa 800 partecipanti da tutto il mondo e più di un centinaio di relazioni, con l'inglese come lingua ufficiale. Ottima occasione per un po' di esercizio e di ripasso!
Per fortuna avrò anche un po' di spazio per fare una scappata a Londra, una città che mi affascina e nella quale ho ancora moltissime cose da vedere e conoscere.
Rientrerò in Italia poco prima di ferragosto, ma poi subito dopo andrò in montagna per una decina di giorni di vacanza. Ne ho davvero una gran voglia!
A tutte e a tutti un caro saluto e l'augurio di un buon mese di agosto, ovunque voi siate.
Vi lascio con l'immagine di questo simpatico scoiattolo... londinese! Siamo infatti non in qualche bosco di amene località montane, ma nel centralissimo St. James' Park, a pochi passi da Buckingham Palace! Anche questo è uno dei motivi per cui Londra è assolutamente magica...

29 luglio 2007

Il dono del Padre Nostro


Gesù, rispondendo alla domanda di un discepolo, non ha insegnato semplicemente "una" preghiera, ma prima ancora un modo di guardare a Dio come Padre (o, meglio, "Papà"), che è alla base della preghiera cristiana. Si tratta innanzitutto di riconoscere la dimensione fiduciale e affettiva del nostro rapporto con il Padre. Che bello sarebbe se insegnassimo ai nostri figli a pregare, innanzitutto prendendoli in braccio e comunicando loro la tenerezza del Padre celeste... E che tristezza, invece, quando anche il Padre Nostro viene ridotto semplicemente a una formula da ripetere!


070729PadreNostro.WAV.MP3

22 luglio 2007

Marta e Maria, ovvero: cosa significa accogliere?

Anche questa domenica il vangelo della Messa ci pone davanti domande importanti. Marta e Maria sono spesso state viste come personaggi che rappresentano due attitudini opposte: azione e contemplazione. E non sono poche le persone che si rispecchiano più volentieri in Marta, stupendosi per il trattamento che questa donna riceve da Gesù.
Ma forse questa schematizzazione ha fatto il suo tempo... e Gesù vuole assai bene a Marta. E non sopporta di vederla insoddisfatta, rancorosa verso la sorella, incapace di una vera e cordiale ospitalità. Non la rimprovera, ma piuttosto la richiama a una gioia che è già possibile, anche se sembra da lei dimenticata...
Vi offro ancora il file audio dell'omelia di oggi.


070722MartaMaria2.WAV.MP3

17 luglio 2007

La "provocazione" del Buon Samaritano

Quella del Buon Samaritano non è una parabola facile. La frase con cui Gesù conclude il racconto ("Va', e anche tu fa' lo stesso!") non ammette facili accomodamenti. E allora capita che - semplicemente - questa pagina venga "messa da parte" da molti, quando pure non venga apertamente osteggiata da chi non ha nessuna intenzione di preoccuparsi degli altri. O ancora, può succedere che per altri diventi soprattutto generatrice di innumerevoli sensi di colpa, anche quando si scopre che non tutti quelli che sono ai lati della strada desiderano farsi aiutare...

Ma allora, cosa fare? C'è una possibilità di accogliere questa pagina di vangelo con tutta l'umiltà di chi sa di essere all'inizio del cammino?

E quali ambiti concreti della nostra vita possono essere toccati?

E se c'entrasse perfino con le feste di compleanno o le riunioni di condominio?

Non ho certo la pretesa di rispondere a tutte le domande. Semplicemente, ti assicuro che mi sono lasciato anch'io mettere in discussione e interrogare da questo brano. Allora, se vuoi, puoi ascoltare l'omelia di domenica 15 luglio 2007 su questo tema... e magari postare le tue riflessioni o il tuo commento.

(clicca con il tasto destro e "salva con nome" il file, oppure - se clicchi con il tasto sinistro del mouse, dovrebbe partire direttamente l'audio)

070715BuonSamar(1).mp3

18 giugno 2007

Due (anzi, tre!) momenti di speranza!



Ci sono avvenimenti che - come si suol dire - "non fanno rumore", e che pure sono importanti per riguadagnare un po' di speranza. E allora, forse, il ruolo di un blog è proprio quello di metterne a parte un po' più di persone...

Primo avvenimento: all'inizio di giugno, un battesimo a cui ho partecipato come celebrante. Un avvenimento bello, penserete, ma certo non eccezionale... E invece qualcosa di particolare c'era: il bimbo è figlio di una coppia appartenente a due diverse confessioni cristiane: quella cattolica e quella valdese. Per questo motivo, alla celebrazione ha partecipato anche un pastore valdese. Non solo: come è possibile in questi casi, la partecipazione ha avuto un ruolo attivo nella scelta delle letture bibliche e nel loro commento, nella benedizione e in altri momenti. E, naturalmente, è stata preceduta da una serie di contatti cordialissimi, che ci hanno permesso di costruire una celebrazione capace di dire insieme la sofferenza per la divisione dei cristiani, ma insieme anche la speranza per il cammino di unità che questo bimbo potrà vedere, e del quale speriamo sarà un attore in prima persona!
Bello anche che i partecipanti - naturalmente pure appartenenti ad ambedue le confessioni - abbiano visto e apprezzato questo clima di grande comunione spirituale.

Secondo avvenimento. Sempre all'inizio di giugno, ho avuto il dono splendido di partecipare alla festa della comunità rumena ortodossa di Monza. Sono riuscito ad arrivare - dopo il servizio in Parrocchia - in tempo per assistere a buona parte della Divina Liturgia, splendidamente cantata e officiata. Mi sono sentito grandemente aiutato a pregare dai canti, dalle preghiere e dall'esempio di questi fratelli e sorelle, dalla loro attenzione e devozione. La celebrazione è durata circa tre ore... ma questo non è stato certo un problema! Dopo la preghiera, un pranzo fraterno e gioioso splendidamente preparato e ricco di piatti e cibi tradizionali della Romania. Mi è dispiaciuto che fossimo appena tre italiani presenti... ci sarebbero volute le telecamere, per mostrare a tutti la grandezza, la cultura, la fede, l'educazione e la profonda dignità di questo popolo con cui siamo - e dovremmo gioirne - ben più che fratelli! La loro lingua - caso unico nell'Est - è neolatina, e mostra grandi affinità con la nostra. E i legami con l'Italia si vogliono volentieri far risalire ai tempi di Traiano imperatore...
E' davvero triste che "Romania" evochi spesso in noi italiani ben altro che stima e sentimenti fraterni. Davvero non si può, non si può affatto basarsi sui pregiudizi... misconoscendo la serietà e la dignità di persone che fanno ogni sacrificio per dare un futuro ai loro figli. A un certo punto è risuonato, durante la festa, un canto che dice "Noi siamo Romeni": un canto bellissimo, in cui si sentiva tutto l'orgoglio della propria appartenenza nazionale.

Terzo evento di speranza. Nell'ultimo fine settimana, a Piacenza un gruppo - non tanto numeroso ma significativo - di coppie si è ritrovato per una due-giorni di preghiera e riflessione, con un pastore luterano e un presbitero cattolico. Anche questo un piccolo segno di speranza: la scoperta di una fede che ci unisce nella preghiera a Cristo, nonostante le fatiche e le divisioni... la scoperta di una fede che - quando è vissuta da una coppia appartenente a due Chiese diverse - porta a crescere nella comprensione e nel desiderio dell'unità.

Tre piccole storie, tre eventi che non compariranno su nessun giornale. Ma valeva la pena parlarne!
Perché il bene non faccia rumore, no, ma almeno offra un po' di fiducia...

03 giugno 2007

Santissima Trinità

Oggi (domenica 3 giugno 2007) celebriamo la Festa della Santissima Trinità. Una festa - come dicono gli studiosi di Liturgia - "di idee", cioè legata non ad un evento della vita di Cristo, ma piuttosto a una "realtà" appartenente all'ordine della salvezza. Io non sono così d'accordo: prima ancora che un "concetto", la Trinità è la manifestazione di un Dio che ama in modo infinitamente più fantasioso e totale di quanto mai avremmo saputo o potuto immaginare. E la rivelazione, da parte di Cristo, del Padre e dello Spirito, è insieme l'invito a entrare in questa relazione di amore totale e inesauribile.
Vi offro uno spunto che sarà la base per la mia omelia di oggi.

1. Ho conosciuto Paolo, poco più giovane di me, quando frequentavo le superiori. Nacque tra noi un’amicizia solida, profonda, nella quale ciascuno di noi trovava la possibilità di essere accolto, ascoltato, sostenuto. L’amicizia continuò anche quando entrai in Seminario: anzi, benché ci vedessimo di meno, la solidità del nostro legame rimaneva e si rinforzava.

2. Un’estate, al mio ritorno per le vacanze estive, Paolo mi presentò Laura, con la quale si era da poco fidanzato. Per me fu una gioia grandissima: scoprii subito che l’amicizia con Paolo non solo non diminuiva, ma era come raddoppiata. E non soltanto perché anche con Laura mi trovai subito bene, ma perché l’affetto di Paolo per Laura me lo faceva vedere sotto dei lati nuovi, mi faceva conoscere di lui una delicatezza, una maturità, una profondità che prima potevo solo intuire.

E anche da parte mia cambiava qualcosa: ora non lo incontravo più da solo, ma con la sua fidanzata: e mi sentivo accolto con un affetto moltiplicato.

3. Fu molto importante il cammino fatto con loro per la preparazione al Matrimonio: anch’io potevo ormai considerarmi amico di tutti e due, senza distinzioni o preferenze sciocche, senza alcuna gelosia o imbarazzo.


4. Fui tra i primi a sapere che attendevano un figlio, desiderato e accolto con gioia e trepidazione. E fu un dono grandissimo per me sentirmi accolto e invitato a star loro vicino nei mesi dell’attesa, con il loro seguito di gioie e di timori, di fatiche e di speranze.


5. Da quando poi è nato il loro bimbo, la loro casa - da sempre accogliente - è ancora più luminosa: perché ora sono tre gli amici da amare, ciascuno in un modo tutto suo, come ciascuno di loro mi dimostra a modo suo il suo affetto; ma nello stesso tempo non saprei amarli “separatamente”, come del resto non penserei mai a distinguere, quando vado a trovarli, il modo con cui ciascuno di loro mi ama: non c’è spazio per le preferenze e per le gerarchie; andare da loro è sempre un regalo grande proprio perché ci sono tutti e tre.


6. Ecco, questa storia vera è quanto di più vero e più bello mi è venuto in mente per riflettere con voi in questa festa della Santissima Trinità.

Perché è proprio questo il Mistero della Trinità: la scoperta meravigliosa che essere amati da Dio significa essere amati così, come da una famiglia, con la ricchezza di accenti e di sfumature di cui ciascuno dei suoi componenti è capace, ma anche con quella forza e quella completezza che nascono dal loro essere sempre uniti nel volerti bene.

7. Anche i discepoli, infatti, vissero una storia simile.

Conobbero un giorno un uomo, Gesù, verso il quale si sentirono subito attratti. E gli chiesero proprio questo “Dove abiti?”. Gesù non aveva una casa, l’aveva lasciata per iniziare il suo lungo cammino per le strade della Palestina. Eppure rispose loro: “Venite e vedrete”.
E quelli che lo seguirono capirono a poco a poco chi era Gesù, e capirono anche qual era l’amore che lo animava: l’amore del Padre, di un Padre che Gesù fece conoscere anche a loro, insegnando loro a chiamarlo “papà”, a sentirsi non esclusi da quel rapporto, ma al contrario chiamati ad entrarvi a pieno titolo, anche loro come figli.

8. Ma ancora non era tutto: anche i discepoli furono chiamati da Gesù a qualcosa che assomigliava molto da vicino ad una gestazione, ad un parto, nel quale il dolore che ci sarà - ed è conosciuto e previsto - viene accettato perché nasce dall’amore ed è vissuto con amore. E la sofferenza del marito è tutta nel vedere soffrire la persona che ama, senza poterle togliere il dolore, ma potendo solo aiutarla a sperare, a credere fermamente che il dolore lascerà il posto a una gioia e ad un amore più grandi, perché nasce una vita.


9. Così fu quando Gesù si avvicinava alla morte: era il momento doloroso del parto, desiderato e accettato con amore da Gesù e dal Padre, perché ci potesse venire donato lo Spirito Santo, lo Spirito di vita che Gesù comincia ad annunciare proprio appena prima della sua morte, lo Spirito che inizia a donare proprio sulla Croce, lo Spirito che viene a prendere dimora in noi perché ci sentiamo pienamente accolti nella casa del Padre, nell’Amore che lo unisce al Figlio.


10. Penso che sia questo il solo modo per parlare della Trinità: quello di raccontare come Dio ha deciso di invitare gli uomini nella sua casa, per conoscere la storia del suo Amore per noi. Ma questo non può avvenire rimanendo fuori, rimanendone spettatori.

Una casa ed una famiglia non ci dicono proprio niente se restiamo fuori dalla porta e ci limitiamo a guardare la targhetta con i nomi sul campanello.
Così anche sapere che Dio Trinità è Padre, Figlio e Spirito Santo può lasciarci indifferenti, se non ci lasciamo coinvolgere nella storia del loro Amore, se non diventiamo anche noi membri a pieno titolo della loro famiglia.

24 maggio 2007

Le donne nel vangelo di Luca

Martedì 22 e giovedì 24 maggio, presso la Parrocchia S. Bernardetta di Milano tengo due meditazioni su alcune figure femminili nel vangelo di Luca. Per la prima volta tento l'esperimento di postare il link al file audio (sono circa 4,5 Mb in formato Wav e la riflessione dura circa 45 minuti) e alla scheda della serata in formato pdf.

Ecco la cartella in cui trovate i due file audio e le due schede in pdf con i testi del vangelo considerati, alcuni passi di commento tratti dal Commento al Vangelo di Luca di S. Ambrogio (IV secolo d.C.) e le domande per la riflessione personale:


E' un esperimento... e vi sono grato di qualche commento, anche sull'aspetto "tecnico": si leggono i files? Si riescono a scaricare?

Per quanto riguarda il tema, invece, penso di poter dire che il Vangelo di Luca si è rivelato una scoperta splendida, nonostante non fosse questa la prima volta che lo meditavo. In particolare mi ha colpito la folta presenza di figure femminili in relazione con Gesù: donne piene di speranza, di forza, di fede. Capaci di entrare in relazione con il Maestro, in un modo infinitamente più profondo delle sciocche (e infondate, dal punto di vista storico, esegetico e scientifico) invenzioni di romanzacci e filmucoli di serie z, che pure hanno fatto guadagnare palate di soldi ai loro autori...
Ben altro leggiamo nei vangeli: donne che da condizioni di sterilità, di inaridimento dei legami affettivi e familiari, di malattia o di "morte sociale", leggono nel passaggio o nella vicinanza di Gesù - con un intuito profondamente femminile - una possibilità di speranza, di ripresa, di superamento del non-senso. E sono per noi delle vere maestre di fede!
Elisabetta, che si trova un marito muto, e deve prendere su di sé la fede di ambedue, non lasciando che l'inattesa promessa di Dio venga a cadere...
La suocera di Pietro, una donna che per prima - da una condizione di servitù, e non solo di malattia - sperimenta la pienezza della libertà vera: quella di chi si scopre nella sua dignità e nel suo valore, e per questo può mettersi volontariamente a donare la sua capacità di servire.
La vedova di Nain, che suscita in Gesù una compassione profonda, che lo coinvolge anche in vista della sua storia personale, e che viene salvata dalla "morte civile" cui una vedova era praticamente condannata...
E nella seconda parte incontriamo la peccatrice perdonata, una donna che si scopre capace di amare con verità Gesù, nonostante si sappia segnata dalla colpa; poi le donne che accompagnano Gesù e gli apostoli, vere discepole liberate dal male e rese libere per un servizio scelto con volontà e dedizione; poi Marta e Maria, la vedova che offre i suoi due spiccioli a Dio e le donne che piangono Gesù che va al Golgota. Sono tutte figure di donne che hanno misericordia di Cristo, ma che ricevono in cambio della misericordia donatagli, una vita nuova e piena.

Sono figure che parlano ancora oggi, se le sai ascoltare!

16 maggio 2007

Se questo è essere uomini...

Mainz (Germania) - genn. 2006

Due episodi di oggi.
Uno.
Leggo sulle notizie di un ragazzo quindicenne morto dopo uno spinello in una scuola superiore di Paderno Dugnano, una cittadina tra Milano e Seveso, dove abito. Anche oggi ci sono passato, prendendo il treno per e da Milano.
Due.
Dopo il lavoro a Milano, ho incontrato una coppia di amici, e abbiamo cenato con un trancio di pizza in Corso Como. Mentre stavamo parlando, ecco una scena squallidissima: due "ragazze" sui trent'anni, tiratissime, che nel giro di dieci minuti si accompagnano a due ultracinquantenni orrendamente lampadati (diceva sant'Ambrogio che il migliore intonaco non può nascondere le crepe di una vecchia facciata...), ma con ogni evidenza assai ben forniti nel portafoglio.

Qualcuno potrebbe dire che i quattro sono maggiorenni e liberi di fare ciò che desiderano.
Qualcun altro potrebbe aggiungere che quello occorso al ragazzo quindicenne è un tragico incidente, e che non per questo bisogna criminalizzare chi fuma uno spinello.

Io dico: che tristezza... che squallore... che rabbia!

Che tristezza che un ragazzo quindicenne non riesca a sentirsi bene se non fumandosi una canna. E che qualcuno gli abbia insegnato a farlo. E, peggio, che qualcun altro (adulto, magari laureato e pure parlamentare...) sostenga ancora che questo, in fondo, è l'esercizio di un legittimo diritto all'uso di "droghe ricreative" (espressione sentita su Radio Radicale). Non può essere né buono né legittimo rischiare la vita, o comunque l'integrità psichica, per una presunta "libertà di scelta". Perché chi va fuori di testa dove ha poi la libertà? Come la riduce?

Che squallore che ci siano uomini e donne che si buttano via così, che non sanno nemmeno cosa sia il rispetto per la propria e altrui dignità. Ed è ancora più squallido che assai spesso proprio quese siano le persone che hanno in mano i destini degli altri: penso a tutti quei dirigenti, manager, imprenditori, politici, che hanno pagato successo e potere con l'annullamento della loro vocazione all'amore. Che sono diventati freddi e cinici, o che hanno fatto macerie della propria famiglia e della propria (e altrui) vita affettiva. E da loro e dalla loro insensibilità, o frustrazione, o cinismo, dipendono sovente la vita lavorativa e la dignità professionale di uomini e donne che invece hanno creduto e credono nell'amore e nella famiglia. Ma che proprio per questo è quasi impossibile che vengano considerati "adatti" per posti di responsabilità. E saranno quasi sempre derisi o, peggio, perseguitati da chi sta sopra di loro ed è - umanamente parlando - solo un poverino, per non dire peggio...

Che rabbia, che di queste cose sia così difficile parlare e ragionare... che difficilmente le si possa condividere all'interno delle nostre Comunità Cristiane, che quasi mai si possa partire da queste quotidiane esperienze per stringere legami che mettano tali situazioni a contatto con il Vangelo di Cristo. Lui, che "annientò se stesso, fino alla condizione di servo" (cf. Fil 2,11ss) per insegnare all'uomo e alla donna quanto grande sia la loro dignità di figlie e figli del Padre, chiamati alla libertà e alla capacità di amare.

Ma che gioia, ogni volta che si può condividere un pezzo di strada con uomini e donne che mettono l'amore, la fecondità, la libertà di amare ed essere amati alla base della loro vita. E che per questo sanno di essere compagni di strada di Cristo e di tutti quei fratelli e sorelle che invece ancora non lo conoscono.
Sono queste le persone che rendono abitabile la nostra terra e le nostre altrimenti così disumane città. E che non riducono il Cristianesimo semplicemente ad un morto insieme di "usanze tradizionali", spesso falsamente nobilitate con l'appellativo di "valori", e che come tali vengono ignobilmente sfruttate da chi rientra pienamente nelle logiche del potere e della sopraffazione...

Ma non vorrei che questo diventasse un post troppo lungo.
O che sembrasse semplicemente uno sfogo.
No.
E' la gioiosa proclamazione che qui sta la radice di ogni impegno per la famiglia e per la vita: nella testimonianza che si riceve (e in quel "si" metto me stesso e i preti...) da donne e uomini davvero capaci di mettere al primo posto l'amore fecondo. E che per questo sanno stare nel reale, senza bisogno di invocare assurde libertà che dal reale vogliono far fuggire.

13 aprile 2007

Prima settimana di Pasqua: novità?

Mi trovo a riflettere, un venerdì sera di aprile, sul fatto che è già passata quasi una settimana da Pasqua: otto giorni fa eravamo nel pieno del venerdì santo, davanti alla scena della Crocifissione di cui ho scritto due post fa.
Mi chiedo: è
avvenuta la Pasqua, anche per te, prete?

Posso essere sincero? Penso di sì... e non per merito mio, intendiamoci.

E' avvenuta, la Pasqua!
- Nella voglia di superare insieme un serio momento di fatica da parte di due amici...
- Nella gioia del pranzo presso una famiglia non italiana e di confessione diversa dalla mia, dove ho sperimentato una accoglienza vera e profonda, un desiderio di condividere l'umanità comune e di andare oltre le differenze di accento nella fede...
- Nello stupore per la bellezza e la tenacia del cammino di fede di alcune persone che ho incontrato in confessionale (già, proprio lì!!!), e davanti alle quali mi sono accorto di quanto piccola sia la mia, di fede...
- Nell'essere venuto a conoscenza della storia straordinaria di una donna che conoscevo, e di cui ho appreso che è tornata alla casa del Padre...
- Nella disponibilità a condividere - anche con tutti i dubbi, le domande, i timori del caso... - la propria vicenda da parte di una coppia di amici che ha purtroppo visto interrompersi la loro attesa di un bimbo...

Tutti, proprio tutti questi (e molti altri ve ne sarebbero!) sono eventi pasquali.
Perché portano con sé - benché a volte tra mille fatiche, lo ripeto! - due semi preziosi e inspiegabili altrimenti che con la fede in Gesù Cristo: l'intuizione, nonostante tutte le apparenze contrarie, che Dio stia dalla parte della Vita, e la convinzione che ha senso condividere la vita, i pensieri, le fatiche e le gioie anche con chi non è legato a te da altro che la medesima fiducia.

"Troppo poco!" potrebbe dire qualcuno.
Troppo poco? E ti sembrano poco la vita e la speranza?
E ti sembra strano che la fede cristiana stia innanzitutto nel credere che ciò che è profondamente umano, proprio questo è non solo creato, ma soprattutto
condiviso da Dio?


Ho sentito stasera, un po' per sbaglio, un po' no... una mezz'oretta di Radio Radicale, con le solite accuse e mistificazioni sulla Chiesa, sul Vaticano...

Che tristezza!!!
Ma cosa conoscono davvero della fede queste persone?
E soprattutto: quando c'è la buona fede, perché sono arrivate ad essere così ferocemente "contro"? O a ritenere che per "salvare" Gesù Cristo lo si debba necessariamente separare dai credenti in Lui?

Sono domande serie, mi sembra.

Però vorrei in chiusura, sommessamente ma seriamente, dire una cosa.
Non mi sento, non sono lontano dalla vita delle persone: prendo il treno alle 6.55 del mattino per andare a Milano a lavorare; uso la pausa pranzo, spesso, per infilare commissioni o per vedere persone che altrimenti non incontrerei per mancanza di tempo; mi pongo mille domande all'incontro con il decimo mendicante o venditore di strada...
Eppure, insieme a tutto ciò, sono contento di essere pienamente parte della Chiesa. Una Chiesa che sa bene di essere ben altro che perfetta, ma che nello stesso tempo non è fatta di persone che hanno rinunciato a pensare - come taluni scrivono e dicono - o per lo meno non in percentuale superiore ad altre forme di aggregazione umana...

E, anzi, oso dire che la frase di papa Giovanni (La Chiesa è maestra in umanità) non sia una presa in giro, e neppure si possa applicare solo ai cosiddetti "preti di strada"...

E' presunzione, questa? E' conculcare i diritti altrui? E' essere integralisti?
Solo perché si fa quotidianamente esperienza di un Bene che ti supera?
Speriamo di no...!!!

08 aprile 2007

Il dono di Pasqua: non solo la Vita, ma la "Vita-con"

Pasqua di Resurrezione

1. Caro fratello, cara sorella, non ti stupire! Non ti stupire se sei qui in chiesa, oggi, dopo tanto tempo dall'ultima volta e ti sembra di stare in un luogo che ti rimane abbastanza estraneo, che ti mette addosso un po' di disagio. Non ti stupire se le parole che ascolti ti scivolano addosso senza toccarti, o ti parlano di nomi, luoghi e realtà che non ti dicono niente o suonano lontani e distanti dalla tua vita. Non ti stupire neppure se sei, invece, tra quelli che vengono spesso in questo luogo, e ti chiedi come mai ti suoni così strano e incomprensibile l'invito ad una gioia di cui fai fatica a comprendere il senso, perché nella tua religione, nella tua fede, hai trovato di tutto: doveri, obblighi, prescrizioni, minacce, timori, rimproveri... ma la gioia, quella proprio no!


2. Oggi in Chiesa senti parlare di un Risorto, di un uomo crocifisso che è tornato in vita, ma questo annuncio – ad essere proprio sinceri – non riesce a suscitarti dentro una vera gioia: ti sembra di rivivere un po' la situazione che si crea quando si va al funerale di un lontano parente, a cui si va perché si deve, perché non si può mancare; ma potrebbe anche essere un matrimonio o una riunione di famiglia, e non cambierebbe poi molto: ci si va solo perché si deve, e inevitabilmente si finisce per annoiarsi, oppure ci si mette a spettegolare, a dare giudizi sui presenti e a dire parole vuote, e poco importa – alla fine – se si critica il nero di una vedova o il bianco di una sposa: è triste, ma spesso ci accorgiamo che tanto la vita quanto la morte possono esserci estranee e lontane, quando toccano qualcuno con cui non c'è legame...


3. Forse, in fondo, è inevitabile che sia così, e che sia così oggi: di Gesù, come di un lontanissimo parente, forse conosci davvero poco; e quel poco, forse, non sono nemmeno le cose più belle e importanti di lui, perché non ti scaldano il cuore; e non ti muove alla gioia l'annuncio della sua vita, come l'altro ieri, venerdì, non ti ha mosso a un dolore vero l'annuncio della sua morte.


4. Ma tu, poi, conosci davvero il dolore? Conosci davvero la gioia? Quelli veri, s'intende. Il dolore che tocca nel profondo, che ti fa chiedere “Perché?”, che ti fa cercare qualcuno che dica una risposta, che non ti da pace fino a che non l'hai trovata. Forse lo conosci, ma solo per poco. Un dolore acuto e violento, ma che ben presto diventa quel dolore da cui puoi o riesci a prendere le distanze, che a un certo punto ti pone al bivio tra il cinismo e la rassegnazione... Forse conosci meglio quel dolore – ma si può davvero chiamare dolore? – che viene da una ferita del tuo orgoglio, quel dolore di cui sai bene che troppo facilmente si trasforma in rabbia e insofferenza, e capisci che è troppo futile e banale per accostarlo al Signore Gesù: anzi, che è proprio il contrario di tutto ciò per cui è vissuto, morto e risorto il Signore Gesù.


5. Forse il dolore che meglio conosci assomiglia a quello di Maria di Magdala, di cui ci ha appena parlato il vangelo. Aveva sofferto molto per la morte di Gesù: era stata una delle poche persone che avevano avuto il coraggio di restare sotto la Croce, spinta da un amore che aveva reso ancora più straziante il suo dolore. E sempre spinta dal dolore era andata, quella mattina al sepolcro: per poter almeno continuare a piangere, per riversare nelle lacrime tutta la forza di un amore ormai impossibile, che poteva sopravvivere solo nella forma della rassegnazione e della cura per un monumento, un cadavere, insomma, un pallido ricordo della persona che aveva molto amato. E il suo pianto angosciato e affannoso nel momento in cui trova la tomba aperta e vuota ci dice quanto ormai fosse incamminata sulla via di considerare quella tomba, ormai, il luogo di un dolore mitigato dalla rassegnazione: una pallida caricatura dell'amore che aveva provato per Gesù. Forse è davvero così che spesso viviamo anche noi: possiamo vivere una sofferenza acuta, ma ben presto cerchiamo delle strade di rassegnazione e di sopravvivenza, e ci accontentiamo così, quasi vergognandoci di aver osato sperare in qualcosa di eterno e invincibile, riducendo le nostre attese.


6. Ma Pasqua, per la Maddalena, fu proprio scoprire che Dio non vuole che ci accontentiamo. Che non accetta di essere ridotto a guardiano di un cimitero o – peggio – di diventare, nelle nostre idee, colui che ci ruba i desideri più grandi. Anzi: Dio fu per la Maddalena Colui che moltiplicò a dismisura le sue attese, facendole sperimentare una gioia al di là di ogni immaginazione, capace di rompere ogni trama di pensiero e ogni aspettativa ragionevole: non una tomba, ma un Vivente, e un Vivente che non muore mai, perché ha attraversato le acque e gli abissi della morte, uscendone vivo e glorioso. Una gioia inimmaginabile, per un rapporto nuovo e inedito.


7. E tu la conosci la gioia della Maddalena? la gioia vera, la conosci? Quella gioia che non è solo un momento di esaltazione, di euforia, che funziona solo perché dimentichi tutto il resto, e che sparisce facilmente, come quando alla domenica pomeriggio sei già stizzito e irascibile, perché ti viene in mente il lavoro del lunedì. No, la gioia vera è quella che ti fa scoprire che cielo e terra si possono davvero toccare, che ti fa sperimentare qualcosa che nemmeno osavi sperare, che ti fa vedere meno difficile anche la routine quotidiana, perché le inattese possibilità di bene che hai conosciuto ti cambiano lo sguardo. E subito ti fanno cercare qualcuno con cui condividere questa gioia.


8. Ecco, forse sta proprio qui il segreto della Pasqua, quello che permette di capire la gioia pasquale. Sta in una parolina di tre lettere: “CON”. Pasqua infatti è CON-DIVIDERE, COM-PATIRE, CON-SENTIRE. In altre parole: stare accanto alla vita di Gesù per scoprire quanto è CON-SONANTE con la mia. Scoprire che la resurrezione per Gesù non è stata un fatto privato, come la sua stessa vita e morte non sono state un fatto privato. Se Gesù risorge e si manifesta a Maddalena, alle donne, ai Dodici, ai testimoni enumerati da Paolo (cf. 1 Cor 15), è perché la sua vittoria sulla morte è un dono da condividere, da non tenere per sé, ma da offrire per moltiplicare l'esultanza, per rendere la gioia capace di abitare sempre più la terra, per far conoscere a molti il volto del Padre della Vita e dello Spirito datore di Vita che rifulgono nel Figlio. È proprio questo che ci manca più di ogni altra cosa: il desiderio di essere-con, di credere che davvero si possa essere migliori, stare meglio, tirare su meglio i nostri figli uscendo dall'individualismo e con-dividendo la vita, il desiderio del bene. Credendo che anche un briciolo di gioia può moltiplicarsi se non lo tengo gelosamente solo per me. Questo è il cuore della Pasqua: la scelta della vita-con, della felicità-con.


9. Ma attenzione: per essere vero questo “con”, questo desiderio di condivisione non può essere solo una cosa “tra noi”, tra noi uomini... Se al condividere non ci crediamo più, è proprio perché siamo stati delusi. E siamo diventati diffidenti, paurosi, duri. Preferiamo una mediocrità senza amore. Preferiamo stabilire rigidi paletti. E lasciare inevitabilmente qualcuno fuori, ai margini. Qualcuno che poi ci farà paura, perché siamo convinti che nel suo “essere-senza” - senza beni, senza gioia, senza condivisione, senza dignità, senza possibilità di sperare – il diseredato, il povero, il marginale, aspetta solo l'occasione di rovesciare le parti. E continuare così – a parti invertite – la spirale della diffidenza e della paura, vera ragione di ogni violenza e oppressione. Perché noi faremmo proprio così. Anzi, facciamo così. Perché sappiamo tutti che il nostro benessere non si basa solo sulla nostra voglia di lavorare, sulle nostre capacità; ma riposa almeno altrettanto sul fatto che qualcuno per noi pensa a tenere ben chiusi i chiavistelli di accesso al nostro mondo.


10. Ecco perché prima della Pasqua ci deve necessariamente essere il Venerdì Santo. Ecco perché può capire la gioia della Pasqua solo chi ha conosciuto il dolore del Venerdì Santo. Perché condividere la gioia è possibile solo a chi ha imparato a stare sotto la Croce. Solo sotto la Croce si può imparare una condivisione del dolore e della sofferenza che non cede alla rabbia e alla vendetta. Si può imparare da Gesù che possono convivere la condivisione del dolore di tutti gli oppressi e la pietà per la paura atroce che attanaglia tutti gli oppressori, anche quelli che sembrano fatti di pietra e di acciaio. E per imparare da Gesù che compassione e perdono sono necessarie tanto agli uni quanto agli altri. Solo chi è stato sotto la Croce può gioire a Pasqua. Perché la gioia di Pasqua è gioia che non accetta confini. Che non vuole escludere nessuno, che non può escludere nessuno. E non per il sogno un po' ingenuo di un momento. Ma per la certezza che Dio Padre ha sciolto dalle angosce della morte quel Figlio che per primo e da solo non solo ha condiviso la sofferenza di ogni oppresso, ma ha anche compatito e compreso la paura tremenda di ogni oppressore. È per questo, infatti, che Gesù ha detto sulla Croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. “Non sanno che la loro violenza è cieca perché nasce dalla paura. Non sanno che se mi vedono come un nemico è perché hanno paura di lasciarsi amare nonostante i loro limiti e le loro cattiverie. Non sanno che la loro pretesa di esercitare e mantenere un potere uccidendomi, uccidendo me come hanno ucciso altri, è solo aumentare, insieme al male e alla violenza, la paura di quello che potrà succedere quando qualcuno si vendicherà di loro...”


11. Forse per molti di noi, oggi, la gioia, questa gioia, è solo una nostalgia. La nostalgia di una condivisione di cui sappiamo di non essere capaci. E magari solo per un attimo ci lasciamo prendere dal desiderio di una vita aperta a questa gioia: una vita libera dalla paura, capace di condividere e di aprirsi, desiderosa di partecipare della ricchezza che è ogni persona superando le piccole liti di cortile, la diffidenza furbesca di chi teme sempre la fregatura, lo sguardo cattivo di chi vede ogni estraneo come un concorrente... ma anche la delusione angosciata di chi si vede incapace di lasciare qualcosa di buono ai figli, di chi si accorge di essersi rotto la schiena per nulla, o – peggio – per seminare litigi e zizzania dopo di sé...


12. Sarebbe già tanto, davvero, se oggi lasciassimo spazio alla nostalgia della gioia. Se dalla messa pasquale uscissimo con il desiderio di continuare a chiedere a Gesù cosa è la sua vita, la sua risurrezione, la gioia della Pasqua. Se nelle nostre preghiere chiedessimo non tanto di essere compresi, amati, rispettati, sostenuti, ascoltati, ma piuttosto di imparare a capire, amare, rispettare, sostenere, ascoltare, e magari una moglie, un marito, dei figli, dei suoceri che spesso vediamo come nemici. Sarebbe già tanto! Vorrebbe dire che non diciamo più, della buona notizia di Gesù risorto e dei nostri desideri di bene, “E' pura follia”; “E' una debolezza momentanea”; “E' una cosa che non mi tocca”.

Allora non disperare, fratello, sorella che fai fatica a gioire, a capire la gioia della Pasqua. Non farti prendere dal desiderio di tornare ai tuoi soliti pensieri, pensando che queste parole non facciano per te. Fermati davanti alla tomba vuota di Gesù: da oggi puoi non accontentarti solo di un rimasuglio di religione e di tradizione. Puoi metterti a cercare un Dio che non è solo il garante dei divieti e delle regole da seguire, ma il datore della Vita e della Gioia. Cerca, pretendi, desidera che avvenga l'incontro con il Cristo risorto. Inizia ora il tuo cammino alla scoperta del Dio Vivente. E vedrai che l'anno prossimo – o forse ancora prima – per te sarà davvero tutta un'altra Pasqua!

06 aprile 2007

La banalità del male e la straordinarietà dell'Amore crocifisso

1. È difficile prendere la parola in questo momento, dopo la lettura della morte di Gesù in Croce. Sembra che quel buio caduto su tutta la terra cada ora anche sui nostri pensieri e sulle nostre menti. Bastano pochi istanti di silenzio, nel momento in cui si racconta la morte del Crocifisso, e scopriamo che dentro di noi si scatena un chiasso assordante di pensieri: c'è la compassione per Gesù, ma c'è anche come una ribellione per l'ingiustizia che gli è capitata.


2. E poi ci accorgiamo che facilmente, dalle sofferenze di Gesù la mente passa alle nostre sofferenze, alle ingiustizie che noi subiamo o abbiamo subito... e così ci sentiamo dentro un misto di sconforto, di paura, di ribellione e perfino di sospetto: “Ma perché Dio permette queste cose? Perché il Padre non è intervenuto per togliere Gesù dalla Croce? E perché non viene a togliere noi dalle nostre croci, e i poveri Cristi di tutto il mondo dalle loro Croci?"


3. Chissà quante volte abbiamo pensato queste cose davanti alla Croce. Chissà quanti Venerdì Santi passati trovandoci queste domande nel cuore...

Ma insieme a queste domande, ci siamo forse trovati dentro la sensazione che stavamo perdendo il contatto con Gesù. Che ci sentivamo ancora più tristi e più soli.

Che cosa strana!

Nonostante tutto, la Croce di Gesù ci attira: ci sono sempre più persone in Chiesa al Venerdì Santo, che non al Giovedì Santo o alla Domenica di Pasqua. Ci viene spontaneo sentirci molto vicini al Signore in Croce, forse perfino ci viene facile paragonare noi stessi a dei “poveri Cristi”...

Però, nello stesso tempo, ci accorgiamo che la vicinanza rischia di fermarsi qua. Perché se passiamo alla recriminazione, alla rabbia, alla rivendicazione, al sospetto... ci accorgiamo che qui Gesù non ci segue. Che – meglio – noi non stiamo più seguendo Lui, ma prendiamo un'altra strada, da soli, che ci porta nel vicolo cieco della rabbia, sorda e muta.


4. Per questo esiste la Via Crucis: per insegnarci a fare tutta la strada con Gesù, senza cercare deviazioni o scorciatoie.

Perché, vedete, per non trovarci soli, dobbiamo un momento mettere un freno ai nostri pensieri. Non dobbiamo buttarli via, intendiamoci! Solo metterli un attimo da parte, per cercare di cogliere i sentimenti di Gesù, quello che Gesù ha vissuto durante la sua Passione. Perché solo Lui può mostrarci una strada per uscire dalle nostre domande e dai nostri dubbi. Ecco allora la domanda che facciamo agli evangelisti: “Cosa ha vissuto Gesù nella Passione?”


5. Ieri sera abbiamo ascoltato la prima parte del racconto evangelico. Gesù ha vissuto innanzitutto la solitudine. Nell'orto degli Ulivi, Gesù ha vissuto la solitudine tremenda di chi non trova ascolto dagli amici, di chi ha dentro di sé tristezza e angoscia, ma vede che gli altri non sanno capirlo, ascoltarlo...

E questa solitudine interiore, poi, è diventata anche concretissima: “tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”, dice Matteo.

Chi di noi ha provato a star male per il voltafaccia di un amico, che ti fa nascere dentro la domanda se non hai sbagliato tutto a puntare su di lui, che ti fa chiedere quanto in realtà gli altri ti stimino... può immaginare la sofferenza di Gesù in quel momento. Ma i discepoli non l'hanno capita: capivano solo la paura di essere anche loro arrestati, capivano solo l'istinto di salvare la pelle in qualche modo... nemmeno pensavano alla sofferenza di Gesù.


6. Poi, alla solitudine si è sostituita la brutalità, il maltrattamento gratuito e immotivato, subìto da parte di chi nemmeno conosceva Gesù, ma lo disprezzava perché era abituato ad andare a prelevare i malfattori, la feccia del mondo, e da tempo aveva rinunciato a chiedersi ogni volta chi aveva davanti. Ora come allora, chi fa quel mestiere sa che, nel dubbio, è meglio essere brutali e violenti, perché così l'arrestato se ne sta più tranquillo e tutto fila più liscio e con meno rischi. Per sé, naturalmente. E Gesù proprio così è stato trattato. Che fosse colpevole o no, questo contava poco. Se avesse provato a spiegarsi, ne avrebbe soltanto prese di più.


7. Anche davanti al Sinedrio, ai Sommi Sacerdoti, scribi, farisei e anziani, Gesù tace. L'unica volta che dice qualcosa, viene preso a sberle. Capisce subito che lì parlare non serve: nessuno vuole capire, ascoltarlo, chiarire le cose. Ogni parola di Gesù viene travisata, rovesciata, interpretata al contrario e maliziosamente, per aggiungere accusa ad accusa.

E tutti noi conosciamo il senso di angoscia che ci prende quando qualcuno fa di tutto per non capirci, quando non ci è possibile nemmeno provare a far intendere le nostre ragioni...

Con Pilato, poi, le cose non vanno affatto meglio. Basta poco a Gesù per capire che a Pilato non interessava affatto cercare la verità. Questo uomo cinico, indurito, “con il pelo sullo stomaco”, per essere arrivato fino al posto di governatore, ha un solo desiderio: mantenere e, se possibile, accrescere il suo potere limitando i fastidi al minimo. In fondo – pensa – è già tanto che me ne stia in questa provincia periferica e lontana da Roma, piena di straccioni e di fanatici.

Non ha niente di personale contro Gesù, Pilato. Semplicemente, non vuole né può permettersi che qualcuno gli dia qualche problema o fastidio che lo mettano in cattiva luce a Roma. E allora Gesù prova anche questo sulla sua pelle: essere considerato semplicemente un problema, un impiccio di cui disfarsi.


8. Ma non è ancora tutto. Un'altra umiliazione attende Gesù: quando Barabba viene liberato al posto suo. Era “famoso” Barabba. Benché fosse un assassino, la folla lo ammirava: era un uomo forte, sprezzante dell'autorità e delle leggi, un vero duro... un “eroe negativo”, diremmo oggi, ma pur sempre un eroe per la gente. E la folla non ci ha messo molto a scegliere, in una sorta di squallido televoto o gioco della nomination, dove non importa se si tratta della vita di un uomo buono, che non aveva mai fatto male a nessuno. Prevale il lato più oscuro della gente, quello che fa ammirare la trasgressione e la sfrontatezza, la sfida... e invece prende in giro la mitezza, la bontà, la limpidezza di cuore.


9. E così Gesù inizia la sua via Crucis. Ormai è un “dead man walking”. Di lui possono fare quello che vogliono. Tutti. Soprattutto quelli che hanno un po' di potere, e vogliono farne uso: hanno inghiottito tanti rospi nella vita, e non gli pare vero di avere qualcuno con cui finalmente prendersela. E allora Gesù diventa oggetto di sputi, schiaffi, derisioni, pugni, calci... che non hanno nessun motivo, se non la rabbia e la stupidità di quelli che vogliono semplicemente “sfogarsi”, non importa con chi e contro chi.

E capiamo bene cosa significa questo, perché anche ai nostri giorni succede: fuori da uno stadio, in coda a un semaforo, durante una retata della polizia, nei paraggi di una stazione ferroviaria o in una via poco illuminata. Una violenza cieca e feroce, che però sembra non avere una causa, e per questo fa più paura...


10. Cosa manca, ancora, all'elenco delle sofferenze di Cristo? Ancora una cosa. Lo scherno, la derisione, la presa in giro e la messa in dubbio di ciò che Gesù aveva di più prezioso: l'amore per il Padre, la fede in Dio Padre. Neanche su questo aspetto lo lasciano in pace. Anzi: insinuano continuamente, mentre Gesù è appeso alla croce, che Dio non è per lui Padre, che Dio lo disprezza, anzi: lo condanna. Gli dicono che è inutile per lui pregare, che la sua fiducia è immotivata.

Nessuno si chiede se Gesù sia sincero nella sua fede. Nessuno ha compassione, tanto da lasciarlo almeno pregare in pace negli ultimi momenti di via. “Dio non ti ascolta”, gli dicono. “Dio non è quello che pensi. Dio è dalla nostra parte, non dalla tua”, gli gridano.


11. E forse, quelli che deridevano così crudelmente Gesù, per un attimo hanno creduto di aver vinto, di averlo spezzato, schiacciato, messo a tacere: quando l'hanno sentito gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E se ne sono andati, soddisfatti...

Ma si sbagliavano.

Nella loro crudele stupidità, non sono rimasti a sentire il seguito di quelle parole, che sono l'inizio di un Salmo – il Salmo 21 -, che inizia con un grido di aiuto, ma nella seconda parte cambia totalmente tono, affermando che Dio non è stato insensibile ma, al contrario, “non ha disprezzato l'afflizione del misero, ma al suo grido di aiuto lo ha esaudito”, e si conclude con il desiderio di gridare a tutti quello che Dio ha fatto: “Si parlerà del Signore alla generazione che viene... annunzieranno la sua giustizia: Ecco l'opera del Signore”.


12. Sono queste le parole con cui Gesù ha concluso la sua vita! Non parole di disperazione, ma parole di fiducia e di certezza nell'aiuto del Padre. Non un grido di dolore, ma il desiderio di gridare a tutti la sua certezza di essere esaudito.

È a partire da questo grido, tanto forte da scuotere la terra, che il centurione dice: “Davvero costui era il Figlio di Dio.


13. Davanti a queste parole del centurione, davanti a questo modo di morire, da parte di Gesù, tutti noi siamo chiamati a fermarci a riflettere.

Abbiamo ripercorso quello che Gesù ha vissuto nella sua Passione. L'abbiamo fatto molto sommariamente: avremmo potuto dire molte più cose. Anche così, dunque, abbiamo capito che Gesù, nella sua Passione, ha incontrato e subìto tutti i molti modi della capacità che gli uomini hanno di fare del male.

Non possiamo davvero dire che è stato Dio a volere la morte di Gesù. Sono state la stupidità, la violenza, la rabbia, la paura di perdere qualcosa, la voglia di sfogarsi degli uomini a fargli subire ogni tipo di violenza.

E qui, lo capiamo bene, sta il motivo per cui Gesù ci sembra così vicino, il Venerdì Santo. Perché anche noi sappiamo cosa vuol dire ricevere il male.


14. Ma qui si ferma la somiglianza, purtroppo, tra noi e Gesù.

Già, perché noi non ci limitiamo a subire la violenza e il male. Li ricambiamo, e spesso con gli interessi.

Magari non subito, magari non a chi ci ha fatto del male. Spesso cerchiamo qualcuno più debole di noi, su cui sfogarci. A volte la violenza che ricambiamo non è fisica, ma diventa vittimismo, lagna, pressione psicologica, pretese infinite, e magari proprio nei confronti di chi amiamo di più (mogli, mariti, figli e genitori).

E Dio non sfugge a questo triste ripetersi del male: sempre più ci è facile indurirci anche nei suoi confronti, accusandolo di essere Lui il colpevole, o peggio ancora, farne una tremenda e deformata caricatura, accettando di continuare a credere in Lui solo perché pensiamo che alla fine sarà Lui il “castigamatti” che arriverà dove la nostra voglia di vendetta e di rivincita non arrivano.


15. E questo, lo capiamo bene, non è più il Dio di Gesù. Non è il Dio che Gesù ha invocato come Padre, e di cui sapeva di essere Figlio. Proprio qui sta il senso della Croce di Gesù: il Figlio di Dio subisce ogni male pensabile per mostrarci che il male non viene da Dio, ma dalla cattiveria, dalla stupidità e dall'ignoranza degli uomini.

Soprattutto dall'ignoranza: perché – dice san Paolo, - nessuno di loro sapeva che stava crocifiggendo il Figlio di Dio. Solo il centurione lo capì.

Tutti quegli uomini, purtroppo – tremendamente purtroppo - , stavano semplicemente praticando le loro piccole cattiverie, vendette, sfoghi, indifferenze, stupidità, arrabbiature quotidiane. Così simili alle nostre, di cui spesso nemmeno ci accorgiamo.

Ecco perché diciamo che Cristo è morto per i nostri peccati. Perché quelli che lo hanno percosso, deriso, sputato, inchiodato, non erano peggiori di noi. Si nascondevano dietro il “Che ci posso fare io se così va il mondo?”, dietro il “Se l'hanno condannato, ci sarà un motivo...”, dietro il “ma chi sono io per fare l'eroe?”. Si sentivano né peggio, né meglio degli altri. Troppo preoccupati per i propri guai per potersi permettere di guardare la sofferenza di un condannato. Troppo segnati dalla durezza della vita, per credere ancora a un Dio che forse da piccoli avevano conosciuto e che poi li aveva delusi...


16. Ma proprio per questo, la Croce di Gesù è un Dono da adorare, davanti al quale cadere in ginocchio non per la paura, ma per lo stupore e la speranza.

Davanti alle nostre colpe, durezze, ignoranze, Dio non scatena la punizione.

Soffre Lui stesso, ripercorre il cammino di tutti i “poveri Cristi” di questo mondo per mostrare che c'è una risposta diversa dall'odio e dalla vendetta, dal cinismo e dalla ribellione: la fiducia continua, profonda, in un Amore: quello del Padre, più forte di tutto il male del mondo.


17. E ci confortano le sue parole di perdono, ci riavvicinano alla Sua Croce, da cui ci allontaniamo spesso, quando capiamo che nessuno di noi è solo vittima. Che nessuno di noi solo subisce il male, senza mai farlo.

Ma anche così, quando capiamo di essere anche noi, a volte, carnefici e non vittime, Dio, in Cristo, non ci punisce e distrugge, non si vendica, ma ci riaccoglie e perdona.


18. Per questo, nonostante tutte le apparenze, il Venerdì santo non è il giorno del dolore, ma dell'Amore.

31 marzo 2007

La Pasqua si avvicina!

Come si calcola la data della Pasqua? Brevissimo viaggio tra teologia, cronologia e liturgia.

Una domanda di questo tipo a molti potrebbe sembrare strana, se non inutile: sono quelle persone per cui è del tutto scontato che la data della Pasqua si conosca... guardando il calendario! Eppure, già dal modo di dire secondo cui la Pasqua è “alta” o “bassa” intuiamo che la data di questa festa non è – come altre ricorrenze, quali il Natale o l'Assunzione di Maria – sempre “fissa”, ma può variare anche significativamente, pur restando collocata “più o meno” in corrispondenza della stagione primaverile.

Ma, appunto: perché la Pasqua non ha una data fissa? E quali sono, allora, i criteri che si seguono per determinarla anno per anno?

La risposta alla prima domanda ci riporta al centro focale della fede cristiana, ovvero all'avvenimento della morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questo evento, come tutti sanno, avvenne infatti nel luogo e nel tempo in cui si celebrava la Pasqua ebraica, e dunque si lega indissolubilmente ad un calendario – quello israelitico – che come molti altri calendari dell'antichità (e non solo) è basato non sull'anno solare – come il nostro attuale e come quello romano riformato da Giulio Cesare – bensì sul mese lunare di 29/30 giorni. Tra l'anno solare di 365 giorni e quello basato sui dodici mesi lunari (di circa 354 giorni), vi è dunque una discrepanza di 11 giorni. Se quindi la Pasqua dei cristiani si colloca in relazione cronologica con la Pasqua ebraica, che ha quale data prescritta il 14 del mese di Nisan, ovvero il giorno del primo plenilunio di primavera (perché il primo giorno di questo mese coincide con la luna nuova, e il 14 giorno del ciclo lunare corrisponde alla luna piena), si tratta innanzitutto di stabilire – ogni anno – a quale mese e giorno del calendario solare questa data corrisponda. Calcolo non facile, dal momento che la differenza tra il ciclo lunare e l'anno solare fa sì che il primo plenilunio di primavera possa cadere tra il 21 marzo e il 18 aprile.

Ma questo primo criterio – che corrisponde sostanzialmente a quello seguito per calcolare la data di Pesach, ovvero la Pasqua ebraica – non basta da solo a rispondere alla domanda di partenza. La Pasqua ebraica, infatti, non è legata a un preciso giorno della settimana, mentre quella cristiana cade sempre in domenica. Anche questo aspetto, però, è frutto di una evoluzione storica: i primi cristiani, infatti, celebrarono innanzitutto la “Pasqua settimanale”, ovvero il giorno commemorativo della resurrezione di Cristo, in quello che per i romani era il “dies solis” (un nome rimasto nella tradizione anglosassone: “Sunday” in inglese e “Sonntag” in tedesco), divenuto per i credenti la “dominica dies”, ovvero il “giorno del Signore”, la nostra “domenica”; solo più tardi (e gli studiosi non sanno con certezza dire quando) si volle stabilire una data annuale in cui – senza smettere di celebrare la “Pasqua settimanale” ogni domenica – si commemorasse più intensamente il mistero della morte e resurrezione di Gesù. Ma ciò avvenne secondo due diverse modalità: sappiamo infatti che, nel secondo secolo d. C., le comunità cristiane dell'Asia Minore celebravano la Pasqua proprio il 14 Nisan, rifacendosi alla cronologia del vangelo di Giovanni, secondo il quale Gesù fu ucciso (cf. Gv 19,14) mentre venivano immolati gli agnelli che sarebbero stati consumati nella cena pasquale; e tale celebrazione, in cui veniva sottolineato soprattutto l'aspetto “sacrificale” della morte di Gesù, considerato il vero agnello pasquale, aveva luogo qualunque fosse il giorno della settimana in cui cadeva il 14 Nisan. Le chiese di Alessandria e Roma – seguite da molte altre chiese occidentali e orientali – celebravano invece la Pasqua sempre e solo in giorno di domenica, richiamandosi allo specifico del giorno “primo dopo il sabato” in cui avvenne la resurrezione di Cristo.

Le due usanze andarono avanti in parallelo per diversi decenni, poiché ambedue potevano ricollegarsi all'antica e originaria tradizione degli apostoli. Vi furono però alcune difficoltà, dovute alla presenza a Roma – città di immigrazione anche ai tempi dell'impero romano – di comunità cristiane composte da immigrati originari dell'Asia Minore, che anche in terra straniera volevano continuare a celebrare la Pasqua secondo le loro usanze: avveniva così che nella medesima città si celebrava la Pasqua in due momenti diversi e con accentuazioni liturgiche e teologiche distinte. Sappiamo che intorno al 150 il vescovo di Smirne (Asia Minore) Policarpo venne a Roma, da papa Aniceto, per un incontro su questo tema: i due non trovarono una soluzione, e ciascuna comunità mantenne le proprie usanze; tuttavia si accolsero reciprocamente nella concelebrazione e si salutarono restando in pace e nella comunione vicendevole. Non così – purtroppo – avvenne verso la fine dello stesso secolo, quando papa Vittore si oppose duramente a Blasto, un presbitero che voleva estendere a tutta la chiesa di Roma l'usanza cosiddetta “quartodecimana” (da “quattuordecim”, che in latino significa “quattordici”): nell'imperversare della polemica, Vittore scrisse una durissima lettera a Policrate, vescovo di Efeso, minacciando di scomunica le chiese dell'Asia Minore, se non avessero abbandonato la loro prassi in favore della Pasqua domenicale. Nella polemica intervenne a fare da paciere anche Ireneo, il famoso vescovo di Lione, che era di origine asiana, e sembra che non si giunse alla rottura della comunione con le chiese asiane, mentre a Roma, Blasto venne considerato eretico.

Un punto fermo fu posto per tutta la Chiesa al Concilio ecumenico di Nicea, celebrato nel 325. L'esigenza di una celebrazione unitaria della Pasqua era fortemente avvertita dai vescovi, e lo stesso Costantino la desiderava, dal momento che l'unione e l'unanimità erano nella sua visione un elemento essenziale per conservare la pace all'impero praticando la giusta modalità di rendere onore a Dio. Si decise così di estendere a tutta la cristianità l'uso alessandrino e romano: la Pasqua deve essere celebrata sempre di domenica, e nella prima domenica che segue la prima luna piena dopo l'equinozio di primavera. Questa decisione, che segnava di fatto la fine della celebrazione quartodecimana della Pasqua, rispecchia la tradizione in vigore fino ad oggi: alcune controversie con le chiese di Siria e Cilicia, prima, e di Irlanda, poi, furono per lo più collegate alle difficoltà di calcolo, che avevano trovato diverse soluzioni per far collimare le fasi lunari con il ciclo solare, ma non ad una opposizione “ideologica” volta a far resuscitare l'uso quartodecimano. È da sottolineare un uso importante del IV secolo, quello delle cosiddette “lettere festali”: i patriarchi di Alessandria, città famosa per la qualità degli studi e la pratica dell'astronomia, avevano ogni anno il compito di inviare alle altre chiese una lettera circolare, nella quale annunciavano la data della Pasqua e, a partire da essa, quella delle altre feste mobili. Queste lettere venivano inviate in concomitanza con l'Epifania, e ancora oggi nell'uso di annunciare la data della Pasqua dopo il Vangelo, il 6 gennaio, possiamo sentire l'eco di questa antichissima usanza.

Tornando alla nostra storia, ci resta da capire come mai – dal momento che a Nicea fu decisa un'unica data per la celebrazione della Pasqua in tutta la Chiesa, allora ancora indivisa – a tutt'oggi questa unità non esiste più, in particolare tra la Chiesa cattolica (insieme alle Chiese della Riforma) e le Chiese Ortodosse o Vetero-Orientali. La ragione, in questo caso, non deriva direttamente dalla comprensione della Pasqua e del suo significato, ma piuttosto dalla differenza di calendario. Nel 325, infatti, il calendario “ufficiale” era quello stabilito da Giulio Cesare (e detto quindi “giuliano”) nel 46 a.C., che, prevedendo un mese bisestile ogni quattro anni, cercava così di armonizzare il ciclo dei giorni con quello della rivoluzione terrestre (anno “tropico”), in modo da mantenere fisse le date principali (equinozi e solstizi). Ma anche con questa correzione l'anno “giuliano” veniva ad essere più lungo di circa 11 minuti, rispetto all'anno tropico: e così, alla fine del XVI secolo, si era accumulato un anticipo di 10 giorni, tale da far iniziare le stagioni ben prima delle date “canoniche” di solstizi ed equinozi. Fu papa Gregorio XIII, nel 1582, a riformare il calendario, sopprimendo i dieci giorni “di troppo” e stabilendo che dal 4 ottobre, per quell'anno, si passasse immediatamente al 15, così da riportare l'equinozio di primavera (essenziale per il computo della Pasqua) al giorno stabilito dal Concilio di Nicea, ovvero al 21 marzo.

Questa riforma, sulla quale ancora oggi noi occidentali ci basiamo per il nostro calendario, non venne però accettata da tutti, e trovò molte opposizioni soprattutto di carattere politico e religioso. In particolare, essa non venne accettata nei Paesi di tradizione ortodossa e vetero-orientale se non – e non in tutti i casi – nel secolo XX per quanto riguarda il calendario civile, mentre per quanto riguarda il calendario ecclesiastico e la data della Pasqua, le Chiese ortodosse ancora oggi seguono il calendario giuliano, il cui divario – che nel 1582 era di 10 giorni – si è ulteriormente ampliato, contando ormai 14 giorni. Per questo motivo, è del tutto eccezionale quanto avverrà nel 2007, quando la Pasqua sarà comune a cattolici e ortodossi, giacché la combinazione tra il ciclo lunare e quello dei due calendari fa sì che unico sia il plenilunio che funge da riferimento per ambedue i calendari, giuliano e gregoriano.

Resta da dire che in alcuni luoghi, soprattutto là dove sono presenti cristiani di diverse tradizioni, in situazioni di minoranza, si è già iniziato a scegliere un'unica data per celebrare la Pasqua; e lo stesso Concilio Vaticano II si occupò del problema, affermando che in linea di principio la Santa Sede non è contraria alla fissazione di una data “fissa” per la Pasqua, purché la scelta sia condivisa da tutte le Chiese cristiane. Cosa che, purtroppo, a tutt'oggi non è ancora stata possibile.

don Francesco Braschi