una "strada virtuale" per camminare insieme, tenuta da un prete milanese di (40) (41) (42) (43) (44) (45) (46) 47 anni, sempre più felice della sua scelta di vita (che è poi il dono di un incontro e di una chiamata!) e di tutto ciò che essa comporta, tra cui in particolare la compagnia di tanti, tanti amici!

14 aprile 2006

Riflessione per il Venerdì Santo

Cari Amici,
è da tanto che non posto più nulla, e per molti questa è la prima visita al blog. Vorrei tanto dirvi che sarò più regolare... ma chi può dirlo?
Un carissimo augurio di buona Pasqua!

don Francesco


La compassione ricevuta e donata, unica via per la salvezza della nostra vita

Davanti alla morte del Signore, con speranza e amore

1. Davanti alla Croce di Gesù, dopo aver appena ascoltato il racconto della sua morte, anche quest'anno siamo tristi, confusi, impauriti...

Siamo tristi, perché trovarsi davanti un uomo che muore sempre ci addolora; istintivamente, la morte ci appare un'ingiustizia, una contraddizione, un'offesa e un insulto alla bellezza della vita, al desiderio di continuare un cammino insieme... magari faticoso e difficile, però aperto alla possibilità di crescere e migliorare. La morte, invece, è come una porta che si chiude, una lampada che si spegne, un fuoco che si raffredda...

Siamo confusi davanti alla morte di Gesù, perché ancora una volta dobbiamo confessare che non abbiamo capito il perché della Croce, della sua morte. Ne conosciamo la storia, forse ne abbiamo anche visto il film, ma tutto questo non basta. Non riusciamo a pensare che sia davvero bastata la condanna del Sinedrio e del procuratore romano per far morire Gesù. Non possiamo credere che la sua morte sia solo uno dei tanti atti di ingiustizia che capitano nel mondo, perché questo ci fa nascere nella testa una domanda insistente: possibile che Dio permetta tutto questo?

Ed è proprio quando lasciamo spazio a questa domanda, che scopriamo di avere anche paura, se ci mettiamo davanti alla Croce di Gesù. Una paura che ha molte facce, e tutte inquietanti: paura che anche a noi possa capitare di subire un'ingiustizia grande come la sua; paura che anche oggi ci siano uomini capaci di tale crudeltà (e sappiamo che è così, purtroppo...) e quindi paura che sia solo un caso che noi fino ad ora siamo rimasti al riparo dalla violenza cieca e dall'ingiustizia crudele (perché lo sappiamo, nella maggior parte dei paesi del mondo è davvero facile non tornare a casa la sera perché si è rimasti vittima della violenza...). Ma anche - e forse è quella peggiore - paura che in qualche modo la morte di Gesù ci coinvolga: paura che ci venga chiesto conto di questa morte, o anche solo paura che un Dio così misterioso da aver permesso questa cosa tremenda possa permettere qualcosa di simile anche nella nostra vita...


2. Ma tutti questi pensieri e queste paure, in realtà, nascono da noi, dalla nostra mente complicata e dal nostro cuore pauroso, dalle nostre illusioni e anche, un po' dobbiamo ammetterlo, dalla nostra poca conoscenza di Dio e della sua Parola.

Perché Dio non è amico della morte. Anzi, ne è il peggior nemico, perché Dio è Vita e da lui viene solo la vita. Ce lo dice la Bibbia, nel libro della Sapienza, dove troviamo una di quelle frasi che dovremmo imparare a memoria fin dalle prime lezioni del catechismo:

Dio non ha creato la morte
e non vuole la morte degli uomini.
Ha creato le cose perché esistano (Sap 1,13-14a)

e ancora:

Dio ha creato l'uomo perché fosse immortale,
e lo ha fatto a immagine del suo essere divino.
Solo per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e quelli che stanno dalla sua parte
ne fanno l'esperienza. (Sap 2,23-24)

E anche questa celebrazione della morte di Gesù, allora, non è fatta per spaventarci, ma piuttosto per insegnarci a non avere più paura della morte, per darci una grande speranza e per nutrire la nostra mente e il nostro cuore con parole di vita e di sapienza. Lo abbiamo visto già nella prima preghiera fatta dal sacerdote, tra la prima e la seconda lettura: abbiamo chiesto al Padre di mettere su di noi il suo sguardo benevolo, cioè colmo di bontà, perché con la sua morte Gesù ci ha fatto diventare la sua famiglia, e quindi ci ha fatto un dono grandissimo, il più grande possibile!

E questo dono vuole dire per noi due cose:

- capire perché la Croce di Gesù ci fa così tanta paura;
- capire come possiamo vincere questa paura e vivere sereni anche quando ci troviamo a fare i conti con le difficoltà e la cattiveria, nostra e degli altri.


3. La Croce di Gesù, già lo dicevamo prima, ci fa paura. Non riusciamo a capirla. Soprattutto ci chiediamo: ma perché hanno fatto così male a Gesù, che invece aveva fatto solo del bene? Aveva guarito i malati, consolato quelli che piangevano, detto parole di pace, insegnato a volersi bene...

E come è stato possibile che hanno fatto così male a un uomo così buono?

Ecco, è proprio da questa domanda che nasce la nostra paura. Perché ci sembra che questo capovolga tutto quello che è giusto.

Ma Gesù comprende la nostra domanda, e ci viene in aiuto. Per farci capire da dove nasce la cattiveria e aiutarci a fermarla, almeno dentro di noi. E per dirci come ha fatto a volerci bene attraverso la sua morte.

L'evangelista Luca, quando racconta la morte di Gesù, ci racconta che mentre lo mettevano sulla Croce, Gesù ha fatto una preghiera: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. È una preghiera che ci lascia ammirati e stupiti, perché mostra quanto Gesù voleva bene anche a quelli che gli facevano del male.

Ma è anche una frase che ci fa capire una cosa importante: e cioè che il male e la sofferenza nascono dall'ignoranza. Un'ignoranza che spesso è anche superficialità, abitudine al compromesso, faciloneria, disinteresse.

I soldati che crocifiggevano Gesù non sapevano quello che facevano: stavano solo obbedendo agli ordini. Non volevano pensare con la propria testa: si limitavano a fare quello che gli dicevano. Qualcun altro aveva deciso per loro. Ecco che il male e la sofferenza nascono dal disinteresse, dalla non-voglia di pensare con la propria testa, dall'accettare che altri pensino per noi...

I sommi sacerdoti non sapevano quello che facevano: non del tutto, almeno. Se davvero avessero saputo che Gesù era il Messia, non l'avrebbero crocifisso. Ma Gesù aveva parlato chiaramente, con le parole e con i gesti. Erano loro che non avevano voluto capirlo, perché erano troppo preoccupati di cambiare qualcosa: stavano bene, erano ricchi e potenti. A poco a poco, si erano dimenticati che il loro compito era quello di servire Dio e il popolo. Avevano preferito pensare a se stessi, e così Dio era diventato il loro star bene, senza problemi. Quando avevano sentito parlare di Gesù, non avevano cercato di capire se davvero in lui era Dio a parlare: solo si erano preoccupati che nulla cambiasse, per loro Dio era come morto, ridotto a una mummia, a un pretesto...

Nemmeno Pilato sapeva quello che faceva. Aveva capito benissimo che le accuse contro Gesù erano una menzogna, un cumulo di bugie. Ma alle bugie era abituato: a quelle che scriveva a Roma, all'imperatore, perché pensasse che tutto andava bene e non scoprisse che lui, Pilato, si stava arricchendo con i soldi delle tasse; e anche a quelle che gli dicevano i suoi amici, sempre pronti ad adularlo e a solleticare la sua superbia. E siccome Gesù aveva osato dirgli di essere venuto per rendere testimonianza alla verità, alla fine Pilato aveva preferito lasciarlo in mano ai carnefici: della verità, a lui, non gli interessava più nulla.

Nemmeno la folla che aveva chiesto di liberare Barabba sapeva quello che faceva. A loro, in fondo, poco importava chi sarebbe stato liberato e chi sarebbe stato crocifisso: quello che volevano era “sentirsi protagonisti”, sentire di poter decidere qualcosa (mentre invece già altri avevano deciso per loro) e poi fermarsi semplicemente a guardare, senza alcun interesse per la sorte di quell'uomo che pure - pochi giorni prima - avevano acclamato.


4. E allora davvero Gesù aveva detto giusto: “non sanno quello che fanno”. Ma quella frase non era solo rivolta al Padre: è detta, invece, a tutti noi. Perché noi, che veniamo dopo Gesù, ora sappiamo che il male può nascere dalla non-voglia di ragionare, dall'abitudine a fare della nostra tranquillità e del nostro star bene il nostro dio, dall'abitudine alla menzogna e alla falsità, dal prurito di inseguire le mode e credere di poter far diventare tutto uno spettacolo per i nostri occhi.

E allora Gesù ci vuole bene invitandoci a pensare e a giudicare, innanzitutto noi stessi e il nostro modo di fare.

Quando non ci prendiamo le nostre responsabilità, allora, quando lasciamo che siano altri a decidere cosa dobbiamo fare o pensare, allora anche noi forse permettiamo che continuino ingiustizie, giudizi sbagliati, decisioni cattive che forse non abbiamo preso noi, ma che non facciamo nulla per limitare o per far cessare.

Quando resistiamo ad ogni invito, idea, proposta che viene dal Signore, perché ci chiederebbe di cambiare qualcosa e rinunciare a un po' della nostra comodità, allora anche noi abbiamo ridotto Dio ad un muto che non deve dire più niente, e siamo così disposti a lasciare solo chi oggi ha il compito di indicare alla nostra comunità la strada del Signore.

Quando continuiamo ad accettare che si alimentino i circuiti delle menzogne, dei sospetti, delle maldicenze, perché questa è un'acqua in cui abbiamo ben imparato a sguazzare, allora anche noi alimentiamo la sofferenza morale e l'esclusione o lo scoraggiamento di fratelli e sorelle.

Quando ci nutriamo di volgarità, quando mettiamo davanti a tutto ciò che solletica i nostri istinti e ci fa smettere di pensare per inseguire lustrini e ultime mode, oppure quando pensiamo di poter giocare con la vita delle persone, sia che le vediamo in televisione, sia che facciano parte della nostra compagnia, decretando chi è “al top” e chi è da lasciar fuori, allora anche noi “usiamo” le persone, senza considerarle molto di più che oggetti del nostro divertimento.

Forse non ci capita di pensare spesso a queste cose. E allora Gesù, con la sua sofferenza, si mette davanti a noi proprio per aiutarci a capire, per non lasciarci nell'ignoranza e nell'illusione, per mostrarci come il male più grande e tremendo può nascere anche da atteggiamenti che a noi sembrano di nessuna importanza e banali, e che si nutrono soprattutto di superficialità e scarsa abitudine a pensare.


5. Ma se Gesù ci aiuta a vedere tutto questo, non è per condannarci o per renderci ancora più impauriti. Al contrario: oltre a mostrarci le vie sottili e tortuose del male, Gesù ci mostra la strada ampia e diritta che ci porta verso una vita più bella e serena. È la strada della com-passione, di quell'atteggiamento del cuore e della mente che è capace di vincere il male e la paura.

Ma anche questa parola - e quello che significa - non la sappiamo da noi: dobbiamo impararla da Gesù. Spesso per noi la compassione è una cosa negativa: dire a uno “Mi fai compassione” è spesso un insulto...

Non è così per Gesù. Com-passione, per lui, significa “soffrire insieme”, “vivere le stesse cose che un'altra persona vive”, perché le vuoi bene, la vuoi capire, vuoi starle vicino mettendoti a sua disposizione. Tutto il contrario di quello che abbiamo visto prima, di quel male che è non considerare l'altro, metterlo a servizio delle nostre voglie e del nostro comodo.

La com-passione, allora, è la risposta ai nostri “perché” sulla Croce di Gesù. Gesù ha accettato di morire e soffrire perché ha avuto com-passione di noi. Perché ha voluto conoscere quello che un uomo prova, sente, pensa quando soffre. Perché nessun uomo, nessuna donna che soffre possa più dire: “Dio non mi capisce, è lontano, non sa quello che provo”.

E questo, se ci pensiamo, è la dimostrazione più grande e straordinaria di amore che possiamo immaginare: anzi, noi nemmeno avremmo saputo immaginarla!

Ma non è tutto.

Davanti alla Croce nasce anche un'altra compassione: la nostra. Davanti alla Croce siamo invitati a lasciare spazio alla nostra compassione per Gesù. Non è solo un sentimento. Lasciarsi commuovere dalla Croce significa aprire la porta del nostro cuore e scoprirlo capace di com-patire Gesù, cioè di capirlo, di ascoltarlo e sentire che anche noi siamo capaci di vincere la durezza, la superficialità, l'egoismo, la ricerca solo di soddisfare le nostre voglie.

E questo è quello che fa un cristiano, che ci fa riconoscere come amici e discepoli di Gesù. Cercare di capire l'altro. Di non lasciare spazio solo alla rabbia e al rifiuto. Di non accettare che l'altro sia solo un nemico da abbattere. Non è facile, è vero, ma se manca questo non c'è il cristianesimo.

Sotto la Croce si ascoltarono parole di perdono: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Le stesse parole che si sono ascoltate al funerale di Tommy, al funerale di don Andrea, ucciso in Turchia, in mille e mille altri funerali. Altri, forse, possono fare di un funerale l'occasione di gridare alla vendetta e all'odio, di incitare alla rabbia e alla pena di morte. Noi cristiani no, non possiamo. Perché altrimenti rinnegheremmo Gesù e la sua Croce. Non potremmo nemmeno più dirci cristiani.

Per un cristiano, infatti, anche la giustizia è la via della misericordia. Chiedere giustizia non è mai solo voler punire, distruggere, annientare chi fa il male. È invece sperare che abbia tempo e occasione di capire, di pentirsi, di cambiare, di lasciarsi anche lui raggiungere dalla compassione: se non da quella degli uomini, almeno da quella di Cristo.

E, alla fine, per chi fa il male chiediamo lo stesso dono che chiediamo per noi: di aprire il cuore alla compassione, alla disponibilità di non usare mai gli altri come oggetti, ma di cercare di capire quali paure e quali sofferenze abitano anche nel loro cuore.

Ci aiuti e ci accolga tutti il cuore del Signore, squarciato e aperto proprio per fare posto a tutti. E dal quale nasce quel Sangue che diventa, insieme al Pane del suo Corpo, nutrimento per la vita e la speranza, per noi e per il mondo intero. Amen.

(per l'immagine: tutti i diritti sono riservati (C) don Francesco Braschi - vietata la riproduzione senza autorizzazione)


L’icona di “Gesù con la vite”

Questa icona rappresenta una delle immagini più ricche di fede della tradizione cristiana della Romania del nord. Dipinta a rovescio su una piccola lastra di vetro trasparente, questa immagine mostra nel tratto “ingenuo” tutto il suo carattere popolare, ma insieme presenta una freschezza ed una leggibilità che ne mostrano il profondo contenuto teologico.

L’immagine è dominata dalla figura di Cristo, seduto su un altare che è però nello stesso tempo un sepolcro: si indica in questo modo il valore immenso del suo Sacrificio (simboleggiato dalla Croce dorata che gli è posta alle spalle) ed insieme della sua Risurrezione.

Il Signore viene raffigurato con i simboli della divinità (l’aureola dorata nella quale è scritto ho ôn, cioè: Colui che è, il nome di Dio rivelato a Mosé sul monte Sinai), ed è intento a spremere un grappolo d’uva in un Calice, immediatamente riconoscibile come simbolo dell’Eucaristia.

La vite rigogliosa e carica di frutti ricorda immediatamente il famoso brano del vangelo di Giovanni (capitolo 15: “Io sono la vite e voi siete i tralci”): questa vite si appoggia sulla Croce, ma non ha radici nel terreno: le sue radici affondano direttamente nel costato di Cristo (Gv 19,34), ad affermare con profonda chiarezza che il Vino dell’Eucaristia è realmente il Sangue del Signore, e che il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci è stato donato dalla sua morte in Croce.

Il Calice offerto dalla Chiesa sull’altare, così, viene immediatamente ricondotto alla morte redentrice di Cristo, e l’infinita tenerezza del volto del Signore – insieme al movimento delle sue mani – stanno ad indicare la sua gioia nel donarsi completamente agli uomini, con un’offerta che raggiunge efficacemente ogni fedele che si accosta all’Eucaristia. È Gesù stesso che “prepara”, spremendolo nel Calice, il suo Sangue come vera bevanda di vita eterna.

(l’icona, dipinta da Ionela Varga nel 1995, è stata acquistata da Don Francesco Braschi nell’agosto 1996 presso il Monastero Ortodosso di Sucevita – Romania)